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giovedì 10 dicembre 2009

LIMBO: Capitolo 9



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Limbo é un libro blog di GM Willo illustrato da Charles Huxley. Per scoprire il mondo di Limbo iniziate a leggere dal primo capitolo e addentratevi in un universo di misteri e magia. Se amate la fantasy, trovere in questa avventura qualcosa di diverso…
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Dopo una lunga giornata a cavallo, Nicon ordinò finalmente di innalzare il campo per la notte. Le piane si estendevano fin dove l’occhio si perdeva, in ogni direzione. Era un paesaggio inconsueto per Limbo. Le terre che fuoriuscivano dallo strappo sotto il Sole Azzurro si alternavano in modo del tutto casuale, e solo raramente nascevano distese sconfinate come le pianure del vespro. Per attraversarle totalmente sarebbero state necessarie altre tre intere giornate di marcia.
Jade sperava di poter finalmente chiarire alcuni punti scuri della vicenda. La sera prima Nicon li aveva accolti calorosamente, ma non si era intrattenuto oltre il tempo dei convenevoli. Misar aveva accennato qualcosa, Nicon sembrava aver capito, ed aveva più volte rivolto lo sguardo verso il medaglione. Ma la giornata era stata faticosa e poi c’era la festa, il vino e gli uomini della Gilda che aspettavano il loro capo. Li aveva chiesto di dormire nella sua tenda, un gesto di grande ospitalità, e poi si era dileguato, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe intrattenuto con loro più a lungo.
Ma la mattina, poco dopo lo strano incontro con quel ragazzo, la carovana si era messa subito in viaggio. Nicon voleva attraversare le piane al più presto. Non si sentiva sicuro in quel paesaggio così esposto, e quelli erano tempi strani. I Testimoni di Seidon erano diventati astiosi e c’erano stati degli scontri. Nicon si era affacciato nella sua tenda e aveva dato il buongiorno a lei e ai suoi amici. Sarebbero partiti al più presto, e un volta accampati di nuovo avrebbero parlato. Jade adesso ci contava.
Yumo iniziò a montare la tenda, non distante da quella del capo della carovana.

venerdì 20 novembre 2009

LIMBO: Capitolo 8


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Limbo é un libro blog di GM Willo illustrato da Charles Huxley. Per scoprire il mondo di Limbo iniziate a leggere dal primo capitolo e addentratevi in un universo di misteri e magia. Se amate la fantasy, trovere in questa avventura qualcosa di diverso…
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Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande. Gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare.
Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai.
«Non passa giorno senza che tu riesca a sorprendermi.» La voce era quella di Rivier, ma il maestro fece il suo ingresso solo dopo aver terminato la frase. Mylo sobbalzò, nascose le mani impegnate in strani gesti e solo dopo essersi reso conto che la voce era quella del suo amico riuscì a riprendere fiato.
«Mi hai spaventato» ammise.
«Ti sei messo comodo, vedo…»
«Beh, ho pensato di esercitarmi un po’, visto come si sono messe le cose. Ho fatto attenzione.»
«Non ne dubito. Sei davvero bravo.»
Mylo distolse lo sguardo, imbarazzato dal complimento.
«Io riesco a sorprenderti? Invece tu!»
«Che vuoi dire?» La domanda di Rivier era divertita.
«Che cos’è questa storia con Tawares? Da quanto lo conosci?»
«Più o meno, da stamattina…» rispose il maestro strizzando l’occhio.

venerdì 6 novembre 2009

LIMBO: Capitolo 7


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Limbo é un libro blog di GM Willo illustrato da Charles Huxley. Per scoprire il mondo di Limbo iniziate a leggere dal primo capitolo e addentratevi in un universo di misteri e magia. Se amate la fantasy, trovere in questa avventura qualcosa di diverso…
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«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
Nicon era un uomo straordinario. Non solo un abile cavaliere e uomo di spada, ma anche uno studioso dotato di una vasta conoscenza magica. Il gruppo di uomini che aveva richiamato attorno a se, durante le sue pellegrinazioni attraverso Limbo, lo amava e rispettava. Solo gli allievi lo odiavano, e questo la diceva lunga sui suoi metodi d’insegnamento.
La Gilda contava in totale un centinaio d elementi, e al momento vi erano altri cinque allievi insieme a Tzadik, ragazzi che come lui avevano ascoltato per tutta l’infanzia le leggende di Nicon e avevano sognato da sempre di far parte della sua carovana.
Gli allievi vestivano ancora i loro normali indumenti. Una volta  diventati a tutti gli effetti cavalieri della gilda, avrebbero finalmente indossato le vesti tipiche, sgargianti pantaloni giallo e rossi e il famoso “pojo”, la casacca colorata che altro non era se non una coperta di forma rotonda con un’apertura centrale dalla quale far passare la testa.
«Dai, torniamo all’accampamento. La lezione è terminata.»
Nicon gli voltò le spalle e s’incamminò in direzione delle tende e dei carri. Il suo pojo era diverso da quello degli altri, se possibile ancora più acceso e colorato. Tzadik alzò lo sguardo e sentì la rabbia sciogliersi come neve al sole. L’ammirazione per quell’uomo prese il posto della collera. Raccolse la spada di legno e lo seguì verso il campo dove li aspettavano i compagni.
Il settimo margine era appena iniziato e l’accampamento si stava preparando all’avvento della notte. Il grande cinghiale cacciato quella mattina sfrigolava sopra il fuoco, e gli uomini attendevano il manipolo che si era spinto fino alle fattorie dei contadini per acquistare una damigiana di vino . La festa sarebbe presto incominciata.


sabato 24 ottobre 2009

L'ultimo lavoro della mia vita





Ormai Andrè è morto da tempo, sdraiato sul letto con la camicia piena di sangue. Attendo l’alba qua in questo schifoso motel. Una bottiglia a farmi compagnia e due sacchi di banconote che non spenderò mai. Le luci delle auto della polizia continuano a filtrare attraverso le tende, illuminando a intermittenza questa squallida stanza.
Rassicuravo Andrè dicendogli che sarebbe andato tutto bene. Dicevo di essere al sicuro ormai, ma Jimmy deve aver parlato. Lo sapevo. Eppure lo sapevo; me lo sentivo che sarebbe andata male stavolta. Quanti coglioni sono stati fregati, pensando che fosse l’ultimo colpo della loro vita. Un bel colpo, un lavoro in grande. Quanto basta per scappare in un paesino nel buco di culo del Messico e rimanerci ,vivendo da milionario. E invece eccomi qua. Aspettavo Jimmy, ma al suo posto è arrivata la polizia. Ma facciamo un po’ di chiarezza in questa storia. Lasciate che ve la racconti dall’inizio.


Andrè venne a trovarmi nei primi di agosto. Io vivevo insieme a Donna, in una casetta sulle rive del lago nella contea di Salt lake.
Me ne stavo sulla veranda a mandar via dalla bocca quel sapore di pesce e alghe marce, che impestava l’aria, con una birra gelata, quando una moto di grossa cilindrata si ferma davanti a me. Era Andrè. Maledetto lui e il momento che accettai. Non lo vedevo da tre anni e solo Dio sa come era riuscito a trovarmi.
-Duke, vecchio bastardo- Biascicò, con quell’accento del sud che pareva avesse sempre una patata mezza masticata in bocca.
-Andrè, gran figlio di puttana- Risposi al saluto -Cosa cazzo ci fai quaggiù?-
-Sono venuto trovare un vecchio amico, perché non si può?- Non credetti mai a quella evidente scusa, e nei successivi trenta minuti ebbi la conferma di aver ragione.
Scambiati altri inutili saluti lo presentai a Donna e ci stappammo due birre. Scendemmo fino alla riva del lago, mettendo i piedi a mollo per combattere l’afa estiva. –Cristo santo se puzza questo lago- Disse Andrè prima di dare una lunga sorsata dalla bottiglia.
-Ascolta Andrè… Tu non sei il tipo di fare visita ai vecchi amici, così, per cortesia. Cosa cazzo ti porta quaggiù?-
Staccò la bocca dalla bottiglia e si passò il dorso della mano per asciugarsela. –Beh! Sai com’è!? Non ci vediamo dai tempi del Country club. Diciamo che il lavoro ci fruttò abbastanza, ma ormai saranno finiti anche a te quei verdoni. O sbaglio?-


Non sbagliava. Il colpo al Country club mi permise di vivere da signore per un bel po’, ma quei soldi erano ormai finiti da un pezzo. Per uno come me, a cui un impiego durava circa tre mesi non era facile metter via qualcosa. Ma che ci posso fare. Non sono il tipo da sopportare quei lavoretti del cazzo da impiegatuccio medio di provincia. Io voglio vivere da signore. Che non significa pieno di soldi come molti pensano, ma libero. Libero di stare una giornata con i piedi nel lago, una confezione da sei nella borsa frigo e la mia Donna accanto. Aspettando che il sole si spenga nell’acqua.


-Diciamo che qualche spicciolo mi farebbe comodo, non sono tempi facili questi- Risposi alla fine, dopo averci pensato su.
-Appunto. Vedi che siamo sempre in sintonia!? Ho per le mani una cosa grossa, di quelle che ti sistemi una volta per tutte-
-Andrè non ci ho mai creduto al colpo della vita. Lo sai sono solo cazzate e finisce che gran parte del resto della vita lo passi in galera. Non ho più trent’anni amico. Non me lo posso permettere un soggiorno prolungato nella prigione di stato-
-Ma guarda che è una cosa semplice. Un lavoretto da tre. Tre persone giuste e ci becchiamo mezzo testone per uno-
Cinquecentomila dollari. Cazzo. Risolverebbero tutti i miei casini e potrei assicurare un futuro a me e a Donna, che anche lei sfiora la cinquantina. Un futuro come piace a noi.
- Ascolta Duke. Ascolta il piano prima di dire di no. È un gioco da ragazzi-
-Tutti quelli che hanno organizzato qualcosa, pensando che fosse un gioco da ragazzi sono stati sempre fottuti. Non lo so Andrè…-
-Ascolta almeno il piano prima. Cazzo Duke, prima di rifiutare mezzo testone facile…-
-Va bene Andrè. Dimmi il piano- Errore madornale. È quasi scontato che chi ascolta il piano lo ha già accettato per metà. Maledizione, era la cifra del bottino che mi faceva girare la testa.
-Allora. Ascolta. Il 15 agosto a Las Vegas, chiuderanno due banche dello stesso gruppo. Una per essere ristrutturata e l’altra per le ferie estive, solo una terza rimarrà aperta. Ci sei?! Un furgone passerà dalla prima per ritirare i soldi. Poi proseguirà verso l’altra banca per fare il carico e portarlo alla centrale a Los Angeles. La strada che dovrà compiere il furgone della sicurezza, dovrà però deviare ber un breve tratto in una strada secondaria che passa attraverso il deserto, perché nella principale stanno ristrutturando il manto stradale. Ed ecco che noi saremo lì ad aspettarli. Per aumentare la sicurezza del viaggio, hanno anticipato il prelievo di un giorno rispetto a quello standard. Ma noi questa informazione confidenziale l’abbiamo dalla nostra.-
-Se è confidenziale come fai a saperlo?- Dissi dubbioso.
-È qui che entra in scena il nostro terzo uomo. Jimmy Carter. Assunto da sei mesi allo sportello di una delle filiali minori. Ha sentito la conversazione al telefono, mentre lo comunicavano al direttore.-
-E possiamo fidarci di questo Jimmy? Chi cazzo è, chi lo conosce?- Mi accorgevo solo ora che già pensavo ai dettagli. Nella mia mente già si evidenziavano le possibili varianti, anche se Andrè non aveva ancora accennato a come rapinare il furgone. Cazzo, era come se avessi già accettato.
-Ti ricordi di Jenna?-
-Si- Jenna era la sorella di Andrè. Era più giovane di qualche anno, ma quando noi ancora provavamo a farci qualche cheerleader del college lei aveva già assaggiato mezzo campus. Jenna. La conobbi meglio qualche anno dopo. Capite cosa intendo, vero?
-Beh! Jenna si è sposata. E prova a dire con chi?-
-Fammi indovinare… con Jimmy Carter?- Risposi sorridendo.
Andrè annuì ridendo, battendosi la mano sulla coscia per sottolineare la sua felicità.
-E come pensi di fermare un furgone blindato?-. Ormai mi stava sempre più convincendo, ma cercavo di mettere più dubbi possibili tra me e il piano. Solo ora rimpiango di non aver seguito quella linea di pensiero. Se l’avessi fatto, non mi troverei in questo casino.
-Al furgone ci pensa Jimmy. È un ex marine e ci sa fare con gli esplosivi. Ma aspetta ora ti racconto tutto.-


Fummo interrotti da Donna che ci chiamò per la cena. Dovemmo interrompere il discorso. Sarebbe stato un casino se si fosse accorta cosa stava proponendomi Andrè. Sapeva dei miei trascorsi, ma gli avevo assicurato di non farlo mai più. E ci credevo fermamente a quella promessa. Prima di oggi.
A tavola parlammo del più e del meno, come se niente fosse. In fondo eravamo amici dal tempo del college io e Andrè e non ci fu difficile discorrere senza entrare in particolari, poco piacevoli, diciamo così.
Sembrava andare tutto per il meglio, quando a fine cena mi alzai per stappare altre due birre.
-Insomma è tanto che non vi sentivate più te e Duke- Disse Donna
-Sì- Rispose Andrè -Dai tempi del Country cl…- Le parole morirono in bocca di Andrè. Ma ormai era troppo tardi.
Donna mi guardò con un aria strana e Andrè se ne andò velocemente con una scusa. Lo accompagnai alla moto.
-Scusa amico. Accidenti alla mia boccaccia-
-Va bene Andrè, non preoccuparti. Dopo ci parlerò, vedrai che capirà-
Lo salutai e tornai in casa. Con un appuntamento per l’indomani. Avevo quindi già accettato? Allora non lo sapevo ma oggi posso rispondere di sì. Purtroppo lo avevo già accettato.


Rientrai in casa.
-Senti Donna…-
-Non una parola di più, Duke. Non so cosa a spinto il tuo amico a venire qua. Spero sia solo una visita di piacere, perché lo sai bene come la penso su certe cose.- Era sulla porta di cucina. Ancora bella come quando la incontrai. Un grembiule rosso stretto in vita e i guanti per i piatti alle mani. Donna era l’unica cosa che avevo e sarei stato finito se l’avessi persa.
-Senti… Ascoltami amore. Non abbiamo più un soldo e lo sai, io per i lavoretti giù in paese non sono portato…-
-Allora era come immaginavo. Duke non scherzare nemmeno. Mi avevi promesso che il Country club era l’ultimo, che saremmo stati qua in riva al lago. Noi due e il sole, dicevi. Avresti trovato un lavoretto che bastasse per noi due, dicevi. Allora erano tutte bugie!- Aveva le lacrime agli occhi e la voce rotta. Mi sentii un verme nel vederla così, ma io a fare il meccanico o il postino della strafottuta provincia non ci sarei mai finito.
-Sarà l’ultimo. Lo giuro. Ci sono in palio un sacco di soldi, amore. Ci sistemeremo per il resto della vita e potrai smettere di fare le pulizie a casa di quella vecchiaccia della Brown. Ascoltami tesoro. È una cosa semplicissima… Nessun rischio, lo giuro-
-Lo giuro. Avevi giurato tante cose Duke. Avevi giurato che sarebbe stato l’ultimo. Hai cinquantacinque anni Duke. Dannazione se ti mettono dentro io cosa faccio. Con i tuoi precedenti ti buttano fuori quando sarai già vecchio. Ed io dovrò stare qui ad aspettarti tutti quegli anni, qui da sola. Ma non ci pensi a me… eh!?- Adesso le lacrime gli scendevano lungo le guance. Ma ormai, inconsapevolmente la mia decisione era già presa.
-Senti. Domani vado a parlare con Andrè. Ti prometto che se non è una cosa facile come dice ci rinuncio. Va bene?-
Donna non rispose. Mi guardò con l’espressione più triste che avevo visto in vita mia, poi si girò e cominciò a lavare i piatti.
La sentii piangere mentre uscivo dalla porta.


Tornai in casa solo quando vidi le luci spente. Aspettai ancora un po’ per essere sicuro che dormisse. Per non dover incontrare il suo sguardo. Mi spogliai e infilai nel letto più silenziosamente che potei per non svegliarla.
-Ripensaci Duke. Non farlo. Per favore- Sussurrò nel buio.
Non dormii quella notte, rimasi a guardare il soffitto ascoltando i singhiozzi di Donna.
Prima dell’alba si addormentò. Mi alzai dal letto ed andai all’appuntamento.
Arrivai alla tavola calda con circa quaranta minuti di anticipo. Bevvi diversi caffè prima che Andrè arrivasse con il tipo che poi si presentò come Jimmy. Andrè si accorse della faccia scura che avevo e fece sparire subito il sorriso che lo accompagnava sempre.


Era un sognatore, Andrè. Fin da ragazzi, quando scendevamo al fiume per fumare un po’ d’erba. Lui parlava e parlava con lo sguardo all’orizzonte come potesse già vedere il futuro. Io invece lo ascoltavo in silenzio. Allora lui smetteva di parlare di punto in bianco e mi guardava. –Hai perso la lingua?- Diceva sorridendo. Duke il silenzioso, mi chiamava, con quel sorriso sempre stampato in faccia. -Duke il silenzioso e Andrè il sognatore- Rispondevo io, interrompendo il silenzio. -Sempre insieme- Chiudeva il cerchio Andrè.


-Allora- Disse Jimmy -Tutti d’accordo?-
-Si. Tutti d’accordo- Risposi io.
Ci salutammo ed ognuno andò per la sua strada.
Andrè fece per chiedermi qualcosa, probabilmente su Donna, ma io feci finta di niente e ingranai la marcia.


Il piano era semplice. Verso le 13.00 del 15 agosto il furgone avrebbe prelevato dalla prima banca. Quando passava davanti alla seconda io lo avrei seguito a distanza. La deviazione era obbligatoria quindi non avrei destato sospetti anche se mi avessero visto. Jimmy e Andrè avrebbero aspettato al decimo chilometro della strada secondaria, dopo aver inscenato il finto incidente. Pistole in pugno avremmo bloccato le guardie mentre Jimmy faceva saltare il portellone posteriore del furgone. Preso il bottino saremmo scappati in tre direzioni diverse, cambiando le auto lungo la strada, per poi ritrovarci al motel in cui sono adesso.
Semplice, anche troppo.
Alla mia incertezza su come avrebbero reagito le guardie, Andrè rispose che, solo tre mesi prima, c’era stata una rapina in una banca. La guardia era intervenuta ed era stata ferita. C’era stata diversa polemica al riguardo, perché gli onorari pagati dalle banche non permettevano alle agenzie di vigilanza di mettere le guardie in coppia, certamente più avvantaggiati che posizionati singolarmente come erano. Diversi di loro si lamentavano di dover rischiare la vita per uno stipendio minimo, per fare la guardia a dei soldi, per di più assicurati. Andrè era certo della poca reattività delle guardie: scontente e prese di sprovvista.
Preparai mentalmente il mio ruolo. Pensai e ripensai se ci fosse sfuggito qualcosa. Immaginai la scena in tutte le sue possibilità.


In quasi tutte.
Era il 15 mattina.
Salutai Donna che mi guardava vestirmi dal letto.
Mi avvicinai per baciarla ma lei si scansò.
-Duke…- Disse, quando ero sulla porta.
-Comunque vada, io non ti aspetterò- Piangeva.
La guardai e me ne andai senza risponderle. Ero sicuro che la felicità di vedermi tornare sano e salvo ci avrebbe fatto superare tutto questo. E poi avrei avuto con me mezzo milione di dollari.


Arrivai a Los Angeles leggermente in anticipo e mi sedetti su una panchina, con un giornale e una birra, vicino alla seconda banca.
Alle 13 in punto il furgone si fermò davanti a me. Io mi alzai, finii lentamente la mia birra e montai nell’auto che avevo parcheggiato dall’altro lato della strada. Partimmo. Tutto sembrava andare bene. Alla deviazione il furgoncino svoltò verso la strada poco trafficata. Io lo seguivo a distanza.
Quando arrivammo sul posto, le auto di Jimmy ed Andrè bloccavano la strada. Dal cofano di una delle auto usciva un fumo bianco e denso. Ghiaccio secco, piccolo trucco. Andrè era in terra sporco di sangue finto. Jimmy si avvicinò velocemente al furgone fingendo di chiedere aiuto, mentre l’autista alla radio stava già chiamando i soccorsi. Dieci minuti da ora.
Jimmy puntò la pistola attraverso la portiera aperta. Io aggirai il furgone da dietro e feci scendere l’autista. Mentre Andrè gli dava il cambio, Jimmy, preparò l’esplosivo per far saltare il portellone posteriore. Non volevamo perdere tempo a convincere i due ad aprirci. Un bel botto sarebbe stato sicuramente più veloce.
Jimmy posizionò il detonatore sul piccolo quantitativo di c4 appiccicato al furgone. Sembrava andare tutto per il meglio. Invece.


Aspettavamo il rumore dell’esplosione mentre legavamo le mani delle guardie con le fascette di plastica.
Niente. Nessun rumore. Nessuna esplosione.
-Cosa succede- Urlò Andrè.
-Non lo so, non esplode- Rispose Jimmy, che tornò ad armeggiare col detonatore.
In lontananza si udirono le sirene dell’ambulanza.
Andrè si voltò verso una guardia –La combinazione del portellone, avanti!-
La guardi rimase in silenzio. –Dammi la combinazione o ti sparo in testa, bastardo!-
Silenzio. Fottutissimo eroe.
-Muoviti cazzo- Urlò Andrè


Io intanto maledicevo in silenzio l’ex marine, esperto di esplosivi. Quella testa di cazzo stava mandando tutto a puttane e per mantenere la calma immaginavo nella mia testa le serate con Donna, in riva al fiume. Immaginavo che faccia avrebbe fatto quando l’avrei fatta venire in Messico. Preparavo mentalmente le frasi che le avrei detto per convincerla, sicuro che l’avrei convinta.


-Muoviti cazzo, muoviti. Quanto ti ci vuole, stronzo- Urlava Andrè.
Davanti ad una nuvola di polvere si vedeva correre veloce l’ambulanza. Ma ci accorgemmo che era accompagnata da una pattuglia di polizia. Probabilmente il conducente del furgoncino della sicurezza aveva mangiato la foglia.
La volante della polizia era sempre più vicina, quando udimmo l’esplosione.
Alla fine Jimmy ce l’aveva fatta, ma ora avremmo dovuto scappare dalla polizia.
Buttammo le mazzette nei sacchi, mentre Andrè aveva già girato le auto per scappare.
Tornò al furgone con noi e ci dette mano a finire il lavoro.
Corremmo veloci verso le auto, ma i due poliziotti erano già scesi.
Il rumore degli spari mi gelò il sangue nelle vene, quando Andrè urlò. Lo vidi rallentare fino ad appoggiare un ginocchio a terra. Sparai due colpi verso i poliziotti e ne vidi uno cadere a terra.
Buttai i sacchi in macchina e mi avvicinai ad Andrè e con la mano libera lo presi per la cintura facendolo alzare. Jimmy intanto era arrivato alla sua macchina e sparava contro lo sbirro rimasto. Infilai Andrè al posto del passeggero e partii come un razzo, lasciando quello stronzo di Jimmy dietro di noi, mentre sentivo arrivare altre sirene in lontananza.


Ma io ero sempre più lontano.


Parlavo ad Andrè che si teneva il fianco e singhiozzava per la paura e per il dolore, mentre il sangue gli inzuppava la camicia.
-Avanti amico, sta calmo. Andrà tutto bene- Ed altre puttanate simili.
In realtà nulla era andato bene. Jimmy aveva trasformato un piano perfettamente riuscito in una stronzata mondiale. Aveva impiegato otto minuti, dei dieci che avevamo, per fare una cosa che avrebbe dovuto provare e riprovare nei giorni precedenti


Cambiai l’auto, trascinando Andrè da una all’altra. Era sempre più pallido e tremava come una foglia.
-Avanti amico, ci siamo quasi- Sussurravo, ma lui mi guardava triste e spaventato.
Stava morendo.


Arrivammo al motel sicuro che nessuno ci avesse visti.
Entrai nella stanza già prenotata con la chiave che ci aveva dato Jimmy alla tavola calda.


Gettai il sacco di banconote sporco di sangue sulla moquette e stesi Andrè sul letto. Tirai la tenda alla finestra e accesi la piccola luce da comodino. Aprii la camicia di Andrè e cominciai a pulire la ferita con un asciugamano che avevo bagnato. Tutto questo in meno di venti secondi. L’adrenalina scorreva a fiumi e aumentò ancora di più quando vidi la ferita di Andrè. Forse lui si accorse della mia espressione -Sono fottuto, vero?-
La pallottola lo aveva preso sul fianco destro e non c’era foro di uscita. Era ancora dentro e se gli aveva preso il fegato per il mio amico ci sarebbe stato poco da fare. -Ma no, vedrai che andrà tutto bene. È una cosa da poco-.
-Ex marine del cazzo- Disse Andrè guardandomi.
-Mi spiace amico. Morire in un cazzo di motel, che fine di merda-
-Non dire cazzate bello. È tutto ok. Appena arriva Jimmy ti portiamo da un dottore, ok?- Non so se almeno io credevo in quello che stavo dicendo, di sicuro non ci credeva Andrè.
-Jimmy è stato beccato, gli ho visto alzare le mani mentre scappavamo in auto. Ma sta tranquillo, Duke. Scappa ora, va via e forse ce la fai. Io ormai sono morto- La voce gli si affievoliva sempre di più, era sempre più pallido e freddo.
-Ma che dici? Ora ti metto in auto e andiamo, non ti lascio solo ok?-
Andrè mi guardò, consapevole della sua fine. Sorrise, come faceva giù al fiume da ragazzi. - Duke il silenzioso e Andrè il sognatore…Sempre insieme eh?- Poi chiuse gli occhi, girò la testa e morì.
Passarono attimi, minuti, forse ore. Ero rimasto come catatonico a guardare il sorriso di Andrè che ancora aveva sulla bocca.
A ripensare a quando eravamo al fiume. A Donna.
Furono le sirene a risvegliarmi.
-Arrenditi sei circondato, esci con le mani alzate- ed altre stronzate da telefilm. Jimmy era stato preso e aveva cantato immediatamente come un uccellino. Solo lui sapeva che eravamo qua e non aveva perso tempo a dirglielo.


Ormai Andrè è morto da tempo, sdraiato sul letto con la camicia piena di sangue. Attendo l’alba qua in questo schifoso motel. Una bottiglia a farmi compagnia e due sacchi di banconote che non spenderò mai. Le luci delle auto della polizia continuano a filtrare attraverso le tende, illuminando a intermittenza questa squallida stanza.
Lo so, lo so che l’ho già detto. Ma ora che ho concluso di raccontarvi la mia storia, torno a pensare che sono un uomo finito. Il mio amore, Donna, non la vedrò mai più se non attraverso delle sbarre. Ma lei non verrà mai a trovarmi, lo so, lo ha detto. Probabilmente ho ucciso un poliziotto e ho visto dentro come trattano gli ammazzasbirri. Se invece non è morto e se riesco a sopravvivere al carcere, uscirò giusto in tempo per vedermi vecchio e solo, a rimpiangere ancora di più la libertà che ho perduto. In ogni caso non avrei un buon futuro.


Ora capisco i credenti: Quando non hai più forza per combattere, o ti rivolgi a Cristo o ti ficchi una pistola in bocca.


Ma io non sono credente.


LIMBO: Capitolo 6


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Limbo é un libro blog di GM Willo illustrato da Charles Huxley. Per scoprire il mondo di Limbo iniziate a leggere dal primo capitolo e addentratevi in un universo di misteri e magia. Se amate la fantasy, trovere in questa avventura qualcosa di diverso…
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Gli specchi d’acqua riflettevano il magenta del cielo, fin dove l’occhio arrivava. L’orizzonte si perdeva tra le nebbie, insieme al riverbero di quella moltitudine di laghi, tra la bassa vegetazione e le canne di bambù che affioravano un po’ ovunque. L’aria odorava di orchidee.
Jade osservava quel nuovo paesaggio mentre discendeva l’altura insieme ai suoi due compagni. Misar le camminava accanto aiutandosi con il suo bastone, mentre Yumo li seguiva qualche passo più indietro. Guidava i due muli attraverso il sentiero, guardandosi intorno di tanto in tanto. Il senso del pericolo del Protettore, affinato come in nessun altro, era costantemente all’erta.
Erano trascorsi una quindicina giorni da quando avevano lasciato il deserto. Misar sperava di poter avere qualche informazione sulla posizione della gilda attraverso la consultazione di una Colonna delle Voci. Per questo si erano diretti verso i laghi. Il vecchio era convinto che da qualche parte laggiù doveva essercene una. Il padre di Jade gliene aveva parlato una volta.
La posizione di questi luoghi di sapere e di scambio di informazioni, che secondo la mitologia Arcon furono messi dallo stesso Seidon per aiutare gli uomini a rintracciarsi in quel mondo così mutevole, cambiava insieme a tutto il resto, ma gli erranti divulgavano con impegno la conoscenza delle loro ubicazioni. Si diceva che venivano addirittura disegnate delle mappe speciali chiamate Carte a Proiezione, in cui venivano tracciate le possibili traiettorie di spostamento delle colonne. Jade non ne aveva mai viste, ma ne intuiva il loro funzionamento.

 

domenica 18 ottobre 2009

Compagni di merende

 
 Dal progetto "Epistolaria"
un racconto di Lupus Infybula & Hush
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La Rufina, 4 Settembre 1981

Ciao Guido,

come la ti vá? Maremma maiala, e fa un cardo ancora, e queste le continuano a spogliassi. Un c’è pace!
No perché almeno co’ i freddo e le si coprono, e un si vede nulla e si sta più tranquilli, ma di questi tempi gli è sempre un anda e rianda di roba, poppe, culi, cosce… tu vedessi la barrista nova! Simona la si chiama. Bellina davvero! Quando la si china per correggerti il caffè gli è un vedere di nulla. E la c’ha i’ pizzo, capito…
Insomma, l’altro giorno gli andai dietro, tanto pe’ vedere in do’ la sta di casa. La vive prima d’arrivare a Pontassieve, una casina sulla destra. Insomma, parcheggio lì davanti per fumare una muratti, ma un cardo ti dico c’era da diventa’ grulli, gli era l’una di pomeriggio, te lo immagini te! Co’ i’finestrino aperto però e ci stó un po’. Cosa bona l’è che lei la sta a i’ primo piano colla finestra aperta, e la vedo di sfuggita entrare in camera e buttare la camicetta su i’lletto. Du’ poppe che un’ti dico, con questo reggiseno di pizzo nero che con tutti i corretti che mi son fatto ormai e lo conosco a memoria.
Un be’ guardare davvero! Finita la sigaretta rimetto in moto e chi t’arriva? Bucaiolo di Gesú! Il figliolo di’ Pacini, hai presente? Quello va in palestra, tutto tirato.
Te la fo’ breve, vai. Sona il campanello di questa Simona e vá su. Giueee…… Gli si butta a capofitto e manca poco lo fanno lì davanti alla finestra. Ma lei unn’è mica stupida. L’accosta le persiane ma l’è troppo cardo per chiudere anche i vetri, e allora giù con tutti quegl’urli, pareva il giorno di’ castigo!
Insomma, hai capito che zoccola di figliola, questa Simona. Quando tu vieni su te la fo’ vedere, vai.

Ci si sente Guido, saluta a casa.

Ugo Cantini.




sabato 17 ottobre 2009

La babele di carne e catrame: Capitolo V




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La Babele di Carne e Catrame è un racconto misto a elaborazioni grafiche di  Charles Huxley,
che vi condurrà in un attualissimo futuro.
Edito dalla Edizioni Willoworld attraverso il servizio di autopubblicazione Lulu,
é il secondo lavoro di Valentino Vannozzi, dopo la raccolta di poesie e pensieri intitolata
Alla Ricerca del Dio Senza Croce.
Novocaina vi ripropone questo racconto pubblicando un capitolo alla settimana.
Buona lettura...
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Il cielo era striato di viola e di giallo, un effetto meraviglioso per chi non sospettava cosa lo rendesse tale.


L’uomo dovrebbe sempre ricordarsi di essere figlio della Natura e non il padrone.


Mi soffermai a guardare, cercando di concentrarmi sui pensieri che sfrecciavano veloci nel mio cervello. Venni tentato di ingoiare una delle tre pillole, ma erano anni ormai che non prendevo niente se non al sicuro tra le quattro mura di casa. Al sicuro nella mia grotta, con una finestra sul mondo.
La mia pietra non sarebbe stata lavorata quella sera. Preferii non farlo, sicuro che avrebbe preso sfaccettature ingestibili.


Un gatto mi passò tra le gambe, riportandomi alla realtà. Chinò una testa tra le zampe leccandosi. L’altra mi guardò storto.


Affrettai il passo, sguardo basso per non incrociarne altri, alieno sulla terra, fuggiasco. Nascosto come un ladro cercavo ogni ombra. Questa città non era più mia. Questa città non aveva più abitanti.


Bramai fortemente un sorso di Smash e il Canon in D di Pachelbel suonato forte, potente. Bramavo che quelle note uscissero dalle casse sfondando il velo. Bramavo la pace. Fuggiasco camminai ancora.


Le fabbriche abbandonate facevano da cornice al degrado urbano. A cosa noi stessi avevamo creato non prendendoci cura di quello che ci stava attorno, lasciandolo in mano ad altri. Derogandone ancora una volta la responsabilità. Quella stessa responsabilità che una volta ci dava il diritto di essere chiamati Uomini.


Passai accanto a molte persone. Non starò a raccontare in quanti e cosa cercarono di vendermi. Il libero scambio, la condivisione, la comunione avevano lasciato posto ad un freddo e spietato stormo di avvoltoi affamati. L’uomo, ancora una volta, aveva male interpretato il significato di libertà e quella favolosa Dea ci aveva nuovamente abbandonato, schifata dalla violenza subita. Dall’ignoranza incontrata.


Continuai quella passeggiata forzata, sorpassando persone, lasciandomele alle spalle. Superai gente che non avevano niente a che fare con me, persone per cui non provavo niente, nessun sentimento, nessuna emozione. La cosa più strana è che uno di loro potrebbe essere la persona più importante della mia vita. Solo che la parola importante, non racchiude sempre un significato positivo e difficilmente cerchiamo qualcosa in uno sconosciuto. Grave errore.
Lo scanner ottico riconobbe la mia retina e mi dette il benvenuto con una voce calda e suadente. Rientrai in casa, finalmente. Pochi istanti ed il caffè era pronto. Con la tazza tra le mani, appoggiai la fronte alla grande finestra che dava sul viale principale. Era quasi l’alba ma il traffico non accennava a diminuire. Solo adesso mi accorsi che i miei muscoli erano ancora in tensione, come quelli di un antico guerriero appena finita la battaglia.


Ripensai ai booster, allo spacciatore che avevo steso durante il cammino. Ripensai alla ragazza con gli occhi venduti, a quanto il suo sguardo era ormai lontano dall’essere umano. Ripensai a Jesus, alle sue parole, a come la gente si rifugiava dentro un sogno elettronico, fatto di musica posticcia.
Quanto avevamo perso durante il cammino? Quanto veloce l’uomo dimentica le sue origini, per abbandonarsi ad una facile corrente, come un pesce morto in un fiume in piena.
Ricordai finalmente perché ero uscito di casa quel pomeriggio.
Ricordai che volevo ancora una volta osservare il lento declino della razza umana, per ricordare chi ero per non scordare di farne parte, per non sentirmi meno colpevole.


Distrattamente misi la mano in tasca ed incontrai le tre pillole.
Ne ingoiai velocemente una con un sorso di caffè, ormai freddo. Ne ingoiai velocemente un'altra, per difendermi da quella Babele di carne e catrame.

F I N E

mercoledì 14 ottobre 2009

Un giorno come tanti: di Jack Lombroso






Mi sveglio. Intontito dalla serata precedente, scuoto la testa per riacquistare lucidità. I lenzuoli macchiati di rosso mi ricordano perché la sveglia è suonata così in anticipo.
Tra poche ore sarei dovuto entrare a lavoro, ma prima devo sistemare alcune cose. Mi alzo dal letto, strascicando i piedi raggiungo il bagno. Ogni volta che mi specchio ho la sensazione di essere più vecchio. Metto su il caffè, mentre con lo straccio comincio a pulire il sangue da terra.
Lentamente torno a ricordare ieri. Una sera come tante. Il gorgoglio della moka mi avverte, sempre più lento mi avvicino ai fornelli, spengo il gas. Assaporo la tazza di caffè amaro, mentre il pane si scalda nel forno.


Cerco di togliere dalle mani i residui di sangue secco. Le unghie sono le più difficili da pulire. Il pane è pronto.


Finito di vestirmi, disinfetto i graffi che ho sul viso. Mi pettino ed esco.
Questa mattina è particolarmente fredda. L’umidità sembra voler entrare sotto gli abiti, per infilarsi nelle ossa e non lasciarti più.
Macchinette programmate camminano per strada pronti per una nuova giornata. Macchinette programmate dialogano tra conoscenti. Scambio qualche sorriso, qualche saluto di circostanza. Più volte mi fermo, stranito da pensieri nuovi. Continuo il percorso. Arrivato all’ ufficio, timbro il cartellino. Alla mia scrivania comincio la routine di sopravvivenza che molti chiamano lavoro.
Non ho comprato il giornale stamattina. Strano, un gesto consueto ormai. Un acquisto automatico. È come se già sapessi cosa è successo ieri.


Otto ore e quarantadue minuti dopo sono nuovamente libero.


Esco dallo stabile grigio e mi avvio al pub per una birra. La pinta bionda davanti a me è una delle poche conoscenze piacevoli rimastemi.
Non passa molto tempo che una ragazza si avvicina al tavolo. Dopo mezz’ora di inutili discorsi decido di invitarla a casa. Mossa avventata. Adesso sembra insicura, imbarazzata.


Le spiego che le mie intenzioni non sono sessuali, che cerco un dialogo, che può stare tranquilla, che se vuole avremmo potuto andare in un giardino invece che a casa, mi bastava uscire da qua. La cosa sembra rinfrancarla. Si decide ad infilarsi il cappotto e usciamo.


Il tempo mi è amico oggi. Comincia una fastidiosa pioggerellina. Dopo pochi passi, senza dover dire niente, è lei a propormi di andare a casa mia.
Fatto. Un paio di bicchieri dopo la situazione si scalda un po’. Convinta da un nuovo amico la ragazza comincia a parlare dei suoi sogni, delle sue paure.
Scongelo nel microonde un po’ di carne, e preparo la cena. Se la gusta. Ce la gustiamo. Il vino rosso è perfetto con questa carne tenera e succosa. Lei comincia ad elogiare la mia cucina. Frasi comprate in cartoleria.


Preparo il caffè, seconda volta oggi.


Continuo distrattamente ad ascoltare le banalità della ragazza, dandole le spalle. Lei continua a parlare, io affilo in mio coltello. La moka deve ancora smettere di gorgogliare e lei è già priva di vita sul pavimento con la gola tagliata da orecchio ad orecchio.


Nessun urlo, la cosa più veloce della mia vita. Comincio ad essere bravo.


Faccio posto nel congelatore, spostando il pezzo di carne rimasto dalla cena e quella ciocca bionda ormai intirizzita dal freddo. Finisco di preparare la ragazza, piccole porzioni da single e la sistemo accanto alle altre.


Dovrò pulire di nuovo casa.


Avevo detto che non era una questione sessuale.





venerdì 9 ottobre 2009

La babele di carne e catrame: Capitolo IV


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La Babele di Carne e Catrame è un racconto misto a elaborazioni grafiche di Charles Huxley,
che vi condurrà in un attualissimo futuro.
Edito dalla Edizioni Willoworld attraverso il servizio di autopubblicazione Lulu,
é il secondo lavoro di Valentino Vannozzi, dopo la raccolta di poesie e pensieri intitolata
Alla Ricerca del Dio Senza Croce.
Novocaina vi ripropone questo racconto pubblicando un capitolo alla settimana.
Buona lettura...
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Il Jack in the box era ricoperto da vecchie bandiere.

Sul palco una band suonava antiche melodie, blues, mi pare chiamassero quella musica.

Niente sintetizzatori, tutti strumenti.

Nostalgici. Per fortuna ne esistevano ancora.

Jesus era seduto su una poltroncina, nell’angolo più scuro del locale, un viavai continuo di gente si fermava per qualche istante accanto a lui… per poi allontanarsi, felici.

Jesus, venditore di felicità, così si faceva chiamare.


Aspettai un momento di calma e mi avvicinai. All’inizio sembrò non riconoscermi, aggrottò le grosse sopracciglia bianche e disse –Hola, como va?-

Jesus, la sua lingua madre corrotta dallo slang della strada, la sua nazione così ribelle si era lasciata inglobare come tutte le altre. Come tutti noi.

Ogni tradizione, ogni singolo gesto, ogni ricordo fu violentato, straziato, privato dell’individualità, privato del diritto di essere diverso.

-Como stai, chico?- Mi aveva riconosciuto.

-Depresso, come al solito. E tu?- Risposi

-Todo bien...- Sembrò pensare per un attimo e aggiunse:

-Depresso? Perché mai depresso chico, la vita è bella-


Jesus, dalla nazione sottomessa, Jesus venditore di felicità, per lui la vita continuava ad essere bella, nonostante tutto.


-Guardati intorno Jesus... perché mai depresso? E perché dovrei essere allegro, allora?-

-Oh, di guardarmi attorno ormai ho la nausea, amigo. Anzi no, mi correggo, basta contornarsi per quanto y possible di cose piacevoli ed almeno per un po’, nel proprio antro, la sofferenza viene meno-


Sorrise, da sotto i folti baffi bianchi da vecchio messicano.


-Viene meno... non sparisce- Dissi

-Il mondo va avanti, indipendentemente dalla nostra volontà e dalla nostra esistenza. Va, come deve andare, né meglio né peggio, i giudizi di valore sono solamente soggettivi-


Jesus, dalla “individualità” perduta.


-E tu non sei un soggetto... Non vivi proprio di soggettività? Quando ti scotti, è la tua di carne a dolere - Ero sempre più depresso.


-Amigo mio, cerco di vivere in sintonia con il mio micromondo, ormai cittadino del mondo non credo valga la pena sentirsi. Quindi sì, vivo la mia soggettività, ma ti ripeto: se cerchi di crearti un luogo, fatto di persone, di suoni e di immagini a te gratificanti ecco che la mia soggettività di questo ne gode, ed allora anche i miei giudizi di valore saranno il più possibile positivi.-


Sorrideva mentre parlava. Voleva convincere me o se stesso?


-È tutto passeggero... Forzato a volte... Mai indissolubile, posticcio forse... creato... ma quanto in verità vissuto? Lo specchio in cui ti guardi non riflette il tuo micromondo, ma la realtà. Essere positivi è utopico. Utopico.-


Quasi urlai l’ultima parola.

Ogni volta era così con Jesus, per prendere quello che volevi dovevi affrontare queste discussioni senza fine, senza via di uscita.


-Creato e passeggero non ne dubito. Ma ogni giudizio, ogni stato d'animo sul mondo, su se stessi è sempre dovuto alla propria personalità, alle proprie esperienze. La positività se vissuta come certezza è certamente utopica. Vissuta come un momento passeggero... Perché no? Stesse cose si possono comunque affermare anche dell'altro lato della medaglia, la negatività... E, se come abbiamo visto, la scelta non è oggettiva, ma di un singolo, perché propendere dalla parte più scura? Eh chico?-


Il locale si stava sempre più riempiendo, la band lasciò il palco a tre ragazzi che cominciarono a montare le attrezzature per il dj set. Braindance… musica neurale. All’entrata regalavano chip esterni per la connessione diretta con la cpu dei dj, per un effetto maggiore, per vivere la musica. Braindance. Era ora di andarmene.


-Le proprie esperienze sono spesso imbrattate dalla merda altrui. Non è scuro quello che sta al di fuori della luce. Se vedi morire qualcosa accanto a te, se vedi qualcosa che si allontana, che sparisce, è triste, per singola cosa a cui tu voglia attribuire positività. È triste. Se non puoi più usare la tua lingua per parlare di cosa hai dentro, nessuna illuminazione potrà farti sentire meglio. Ogni certezza va messa in discussione, anche la più positiva. E quando in mano ti ritrovi granelli di sabbia? Non ti pare folle continuare a stringerli come oro?-

-Cosa vai buscando amigo? Una chiacchierata o qualcos’ altro?-

-Altro, Jesus, altro, non ho più voglia di parlare stasera.-


Era vero, mi sentivo stanco, spossato, volevo solo tornare a casa e il pensiero di doverci tornare a piedi mi infastidiva ancora di più.


-Solita Smash, chico?-


Il brusio nel locale si faceva sempre più forte, il bancone era assediato da almeno trenta persone che cercavano l’impulso iniziale dentro un drink, per poi venire a trovare il vecchio messicano, logicamente.


-No Jesus, dammi qualcosa di più forte stasera- Dissi.


Misi in tasca le tre pillole cangianti e mi allontanai.

Mi voltai a guardare Jesus, sorrideva ancora.







LIMBO: Capitolo 5



 
L'immagine di questa settimana è stata realizzata utilizzando un lavoro di Ashayaa 
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Limbo é un libro blog di GM Willo illustrato da Charles Huxley. Per scoprire il mondo di Limbo iniziate a leggere dal primo capitolo e addentratevi in un universo di misteri e magia. Se amate la fantasy, trovere in questa avventura qualcosa di diverso…
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Il giorno era uguale alla notte, i sapori erano stupide percezioni neurali diventate insipide, il sesso riusciva ancora ad appagarlo solo grazie alle stregonerie di Davinia. Se la sua vita era destinata a spegnersi, probabilmente questo sarebbe accaduto insieme alla sua amante, mentre scalavano vette di piacere mai concepite da alcuna esistenza, Elenty, Arcon o altro.
Dalla finestra della sua stanza vedeva scorrere le terre di Limbo. La Torre Galleggiante si muoveva lentamente sopra il paesaggio, insieme alle Belve che nel procedere vi giravano intorno, saltellando coi loro corpi gibbosi, fatti di pietra e di gesso, meravigliose creature prive di anima al suo servizio. Non era stato facile intuire il segreto della vita e manipolarlo, uno degli enigmi meglio custoditi di quell’assurdo mondo. Lui era il solo in grado di farlo.

lunedì 5 ottobre 2009

La numero centotre




Poche mosse e il lavoro è finito. Torna a casa guidando piano.
Entra e si toglie le scarpe. Gira lento per la stanza guardando con attenzione i libri che tiene sugli scaffali. Sfoglia le pagine di una raccolta di poesie di Garcia Lorca.
Piega l'angolo della pagina quando ne incontra una che gli piace. Sa che difficilmente riaprirà quel libro, eppure segna ogni poesia che trova bella. Sulla pianta grassa che tiene vicino alla finestra è spuntato un piccolo fiore. Viola.
Legge distrattamente la posta, mentre sorseggia la birra che ha tirato fuori dal frigo una decina di minuti prima. Non l'ama troppo fredda.
Mentre la vasca si riempie finisce la birra e ne stappa un'altra.
Un grammo chiuso tutto dentro una cartina allevierà i suoi pensieri.


Acqua calda, quasi bollente. Una soffice schiuma bianca lo avvolge.
La birra rimane appoggiata sul bordo della vasca mentre lui scivola lento in un magnifico torpore.


Accappatoio legato lente. La musica è bassa: un notturno di Chopin. La candela brucia solitaria schiarendo appena la stanza, mentre un aroma di rosa si sparge nell'aria dal bastoncino d'incenso.


Relax. Non serve altro adesso.


Fino a domani mattina nessuno scoprirà il corpo di Teresa.
Nessuno troverà la bionda chioma imbrattata di rosso, la gola aperta come un secondo sorriso.
Il corpo bianco dalle forme sensuali, steso sul letto ricoperto di seta.


Fuori la pioggia accompagna Chopin. Terza birra, Secondo grammo.


Relax. Non serve altro dopo un lavoro ben fatto.


Le suole di gomma non hanno fatto rumore. La serratura ha ceduto dopo il primo tentativo. Teresa neanche si è accorta di cosa le ha tolto la vita. La lama affilata è corsa veloce tagliando la pelle, arrivando alla carne, superandola, mentre tranciava le vene.
Subito il sangue ha zampillato veloce, caldo aroma che buca il cervello, che riscalda i pensieri.


Le strade erano deserte a quell'ora, mentre la città dorme sotto i lenzuoli caldi, al sicuro nelle tane di cemento. La luna si rifletteva sull'asfalto bagnato, intanto un cane ululava lontano.


Teresa ora dorme, dormirà per sempre. Vittima numero centotre del repertorio di un professionista. Domani qualcuno piangerà ma a lui non interessa. Domani sarà il suo giorno di riposo.


La pioggia continua a battere sul vetro. Il rumore lo rilassa, accompagna lento il chiudersi degli occhi. Scivola in un sonno dolce mentre si allunga sul divano.


Chopin continua a suonare.

Un pessimista è un ottimista ben informato