venerdì 9 ottobre 2009

La babele di carne e catrame: Capitolo IV


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La Babele di Carne e Catrame è un racconto misto a elaborazioni grafiche di Charles Huxley,
che vi condurrà in un attualissimo futuro.
Edito dalla Edizioni Willoworld attraverso il servizio di autopubblicazione Lulu,
é il secondo lavoro di Valentino Vannozzi, dopo la raccolta di poesie e pensieri intitolata
Alla Ricerca del Dio Senza Croce.
Novocaina vi ripropone questo racconto pubblicando un capitolo alla settimana.
Buona lettura...
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Il Jack in the box era ricoperto da vecchie bandiere.

Sul palco una band suonava antiche melodie, blues, mi pare chiamassero quella musica.

Niente sintetizzatori, tutti strumenti.

Nostalgici. Per fortuna ne esistevano ancora.

Jesus era seduto su una poltroncina, nell’angolo più scuro del locale, un viavai continuo di gente si fermava per qualche istante accanto a lui… per poi allontanarsi, felici.

Jesus, venditore di felicità, così si faceva chiamare.


Aspettai un momento di calma e mi avvicinai. All’inizio sembrò non riconoscermi, aggrottò le grosse sopracciglia bianche e disse –Hola, como va?-

Jesus, la sua lingua madre corrotta dallo slang della strada, la sua nazione così ribelle si era lasciata inglobare come tutte le altre. Come tutti noi.

Ogni tradizione, ogni singolo gesto, ogni ricordo fu violentato, straziato, privato dell’individualità, privato del diritto di essere diverso.

-Como stai, chico?- Mi aveva riconosciuto.

-Depresso, come al solito. E tu?- Risposi

-Todo bien...- Sembrò pensare per un attimo e aggiunse:

-Depresso? Perché mai depresso chico, la vita è bella-


Jesus, dalla nazione sottomessa, Jesus venditore di felicità, per lui la vita continuava ad essere bella, nonostante tutto.


-Guardati intorno Jesus... perché mai depresso? E perché dovrei essere allegro, allora?-

-Oh, di guardarmi attorno ormai ho la nausea, amigo. Anzi no, mi correggo, basta contornarsi per quanto y possible di cose piacevoli ed almeno per un po’, nel proprio antro, la sofferenza viene meno-


Sorrise, da sotto i folti baffi bianchi da vecchio messicano.


-Viene meno... non sparisce- Dissi

-Il mondo va avanti, indipendentemente dalla nostra volontà e dalla nostra esistenza. Va, come deve andare, né meglio né peggio, i giudizi di valore sono solamente soggettivi-


Jesus, dalla “individualità” perduta.


-E tu non sei un soggetto... Non vivi proprio di soggettività? Quando ti scotti, è la tua di carne a dolere - Ero sempre più depresso.


-Amigo mio, cerco di vivere in sintonia con il mio micromondo, ormai cittadino del mondo non credo valga la pena sentirsi. Quindi sì, vivo la mia soggettività, ma ti ripeto: se cerchi di crearti un luogo, fatto di persone, di suoni e di immagini a te gratificanti ecco che la mia soggettività di questo ne gode, ed allora anche i miei giudizi di valore saranno il più possibile positivi.-


Sorrideva mentre parlava. Voleva convincere me o se stesso?


-È tutto passeggero... Forzato a volte... Mai indissolubile, posticcio forse... creato... ma quanto in verità vissuto? Lo specchio in cui ti guardi non riflette il tuo micromondo, ma la realtà. Essere positivi è utopico. Utopico.-


Quasi urlai l’ultima parola.

Ogni volta era così con Jesus, per prendere quello che volevi dovevi affrontare queste discussioni senza fine, senza via di uscita.


-Creato e passeggero non ne dubito. Ma ogni giudizio, ogni stato d'animo sul mondo, su se stessi è sempre dovuto alla propria personalità, alle proprie esperienze. La positività se vissuta come certezza è certamente utopica. Vissuta come un momento passeggero... Perché no? Stesse cose si possono comunque affermare anche dell'altro lato della medaglia, la negatività... E, se come abbiamo visto, la scelta non è oggettiva, ma di un singolo, perché propendere dalla parte più scura? Eh chico?-


Il locale si stava sempre più riempiendo, la band lasciò il palco a tre ragazzi che cominciarono a montare le attrezzature per il dj set. Braindance… musica neurale. All’entrata regalavano chip esterni per la connessione diretta con la cpu dei dj, per un effetto maggiore, per vivere la musica. Braindance. Era ora di andarmene.


-Le proprie esperienze sono spesso imbrattate dalla merda altrui. Non è scuro quello che sta al di fuori della luce. Se vedi morire qualcosa accanto a te, se vedi qualcosa che si allontana, che sparisce, è triste, per singola cosa a cui tu voglia attribuire positività. È triste. Se non puoi più usare la tua lingua per parlare di cosa hai dentro, nessuna illuminazione potrà farti sentire meglio. Ogni certezza va messa in discussione, anche la più positiva. E quando in mano ti ritrovi granelli di sabbia? Non ti pare folle continuare a stringerli come oro?-

-Cosa vai buscando amigo? Una chiacchierata o qualcos’ altro?-

-Altro, Jesus, altro, non ho più voglia di parlare stasera.-


Era vero, mi sentivo stanco, spossato, volevo solo tornare a casa e il pensiero di doverci tornare a piedi mi infastidiva ancora di più.


-Solita Smash, chico?-


Il brusio nel locale si faceva sempre più forte, il bancone era assediato da almeno trenta persone che cercavano l’impulso iniziale dentro un drink, per poi venire a trovare il vecchio messicano, logicamente.


-No Jesus, dammi qualcosa di più forte stasera- Dissi.


Misi in tasca le tre pillole cangianti e mi allontanai.

Mi voltai a guardare Jesus, sorrideva ancora.







1 commento:

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