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mercoledì 24 febbraio 2010

L'anticamera



QUESTO RACCONTO È BASATO SU UNA STORIA REALMENTE ACCADUTA

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L'anticamera



Alex e Charles entrarono nel pub alla ricerca di una buona stout e di un bagno.

Tu ordina, io torno subito- disse Charles.

Poi, senza guardasi intorno, infilò la porta col cartello che indicava la toilette.


Alex si sedette al banco, su uno sgabello impagliato. Subito ebbe l’impressione di aver interrotto qualcosa, come di essere entrato sul più bello: ospiti inaspettati giunti nel momento meno opportuno. L’aria sembrava immobile. L’assenza di ogni tipo di rumore, un silenzio quasi innaturale, faceva risaltare ogni scricchiolio del vecchio sgabello.

Si guardò intorno come disorientato. Il vecchio al lato destro del banco, sollevò lo sguardo dalla pinta e glielo piantò in faccia.

-Salve- disse Alex, e solo allora si accorse della cicatrice che correva sulla parte sinistra del volto dell’uomo, interrotta soltanto dall’occhio completamente bianco e opaco. Il vecchio non rispose e tornò a bere la sua stout.


Charles non si trovò in bagno appena passata la porta, ma in un lungo corridoio pieno zeppo di fusti e casse di bottiglie di birra vuote, impilate fino alle travi del soffitto basso e scuro.

Un cartello vecchio di anni indicava ancora la strada per la toilette. Affrettò i passi, sollecitato dal bisogno impellente, sognando una intima stanzetta dove potersi liberare dalle quattro pinte che aveva già bevuto.

Il corridoio pareva non finire mai, sembrava diventare sempre più scuro man mano che si allungava. Raffiche di vento freddo entravano dalle finestre, quadrate e senza vetri, che correvano regolari sul muro destro. Charles rabbrividì per l’ennesima folata gelida e guardandosi intorno si chiedeva in quale singolare posto si trovasse. D’un tratto davanti a lui un ombra scura si staccò veloce dalle travi e due ali nere si aprirono davanti ai suoi occhi.

Il cuore sembrò fermarsi, ogni singolo muscolo si pietrificò, bloccando Charles sul posto come una statua di marmo.

Poi il piccolo uccello volò via da una delle finestre senza vetri. Charles riprese fiato e guardò verso il punto da dove era sbucato l’uccello. Un piccolo nido era nascosto tra la trave e il soffitto, sembrava che l’uccellino avesse trovato confortevole il corridoio di quello sgangherato pub, invogliato dalla facile possibilità di entrata e uscita fornitagli dall’assenza dei vetri.

-Irlandesi- sospirò Charles scuotendo la testa.

Dopo qualche passo ancora sembrava finalmente essere giunto alla fine di quel maledetto corridoio, sempre più freddo e buio. Una luce gialla usciva da una piccola porta sulla destra. Charles entrò.


Da una porta, sul retro del banco, uscì un anziana signora camminando in modo alquanto singolare.

Alex salutò gentilmente e ordinò due pinte. La vecchia sorrise appena e si girò per prendere i bicchieri con fare lentissimo, mostrando la gobba che la costringeva in quella strana postura.

Sempre più a disagio, Alex sperò che l’amico, ormai sparito da più di dieci minuti, tornasse al più presto e confidando nelle doti di bevitori quale erano, finire in fretta la pinta e uscire velocemente da lì. Non riusciva a spiegarsi perché, ma era ormai convinto che tutto intorno qualcosa si fosse fermato per causa loro. Solo non immaginava cosa.

I suoi pensieri furono interrotti dal pianto di una bambina, così improvviso che Alex saltò sullo sgabello, girandosi si accorse che oltre al vecchio orbo, nel pub, c’era anche una bambina, subito redarguita dalla donna accanto a lei dai lunghi capelli scuri e unti e dal viso scavato e smunto. Nell’angolo più lontano del locale un uomo robusto e palesemente ubriaco stava discutendo con una ragazza dall’aria sconvolta. Alex non sentiva bene cosa diceva il ragazzo ma gli sembrò di capire che si stesse scusando di qualcosa, incolpando alcool e gelosia. La ragazza continuava a fissarlo negli occhi sempre più sconvolta e sull’orlo di un pianto.

Ma da dove era sbucata tutta quella gente? Si domandava Alex.

Erano sicuramente già lì quando lui e Charles erano entrati, eppure fino a quel momento non li aveva minimamente notati.

Subito dopo, un forte odore di incenso, come quello che viene utilizzato nelle chiese, invase la stanza.

Charles rimase a bocca aperta. Il bagno, se così si poteva chiamare, era un piccolissimo ambiente maleodorante, dal forte odore di urina. Al posto della porcellana bianca c’era una grata rugginosa che sgocciolava chissà dove, addossata ad un muro ricoperto per circa un metro di mattonelle giallognole coperte di chiazze scure. La vescica che continuava a dolergli prevalse sul senso di nausea che lo assaliva, così si distanziò dal muro e mirò la grata.

Charles tornò velocemente indietro, ansioso di descrivere all’amico la situazione grottesca in cui si era ritrovato.

Sorridendo si sedette accanto ad Alex.

-Non hai idea di che situazione, Alex- disse

-È stata un’avventura arrivare in bagno, ora ti racconto, ma… Hey, perché non hai ordinato anche due whiskey?- Poi fece per chiamare la vecchia.

-Zitto- disse a bassa voce Alex bloccandogli il braccio.

-Bevi veloce e andiamocene-

-Perché? Ma che c’è? Hai una faccia…-

-Guarda che posto allucinante, è da quando siamo entrati che ho una strana sensazione. Senti che silenzio, tutto sembra muoversi a rallentatore- ormai Alex sussurrava a tal punto che Charles faticava a sentire.

-E poi annusa. Annusa l’aria-

-Ma che roba è? Incenso. Incenso da chiesa- anche Charles adesso, guardandosi intorno, perse il sorriso.

-Forse hai ragione te, beviamo e andiamocene-

Entrambi, perfettamente sincronici si voltarono verso l’orbo, che riabbassò lo sguardo.

-E quello? Hai visto come ci fissava? Con quell’occhio… la barista con la gobba, ma dove diavolo siamo?- Charles rabbrividì

Un chiarore alle loro spalle li fece voltare sugli sgabelli. Nell’angolo vicino al tizio ubriaco c’era un piccolo camino in pietra, al suo interno decine di lumini rossi rischiaravano l’ambiente.

-Guarda che roba- Alex indicò con la testa la parete sopra al caminetto. Quasi del tutto spoglia, gli unici pezzi d’arredamento erano una maschera in legno dalla forma allungata e una foto, che ritraeva un caprone sulla cima di una scogliera con l’oceano in tempesta sotto di sé.

-Io me ne vado-disse Charles, -Lascio la pinta a mezzo e schizzo fuori-

-Aspetta, finiamo prima. Cerchiamo di sembrare naturali e tranquilli-

Impossibile, erano come farfalle multicolore in un quadro in bianco e nero.

Improvvisamente un raggio di sole entrò dalla finestra, illuminando il pavimento scuro, quasi nero, di piastrelle ottagonali. Alex e Charles adesso si accorsero anche della strana architettura del posto, che sembrava formare un triangolo irregolare.

Questa luce naturale e inaspettata sembrò comunque rincuorare i due, che dettero una lunga sorsata di birra, come se stessero riprendendo ossigeno.

Subito la vecchia uscì dal banco e claudicante arrivò alla finestra, che tappò tirandone la tenda, poi lentamente ritornò dietro al banco sparendo dalla porticina che dava sul retro. Il locale ripiombò nella penombra, illuminato solo da un piccolissimo lampadario in stile barocco al centro del soffitto, e i volti dei due amici tornarono scuri quasi come il pub.


-Proprio adesso che abbiamo finito di bere e ce ne possiamo andare, la vecchia è sparita- disse Charles

-Ascolta- disse Alex tendendo l’orecchio.

Adesso da dietro la porta, si sentiva flebile una musica. La musica si sentì più forte quando la porta si riaprì dando nuovamente l’accesso alla barista gobba. Lenta e ripetitiva, questa nenia sembrava accompagnare qualcosa, aveva un che di rituale, di magico.

Subito Alex colse l’occasione al volo e pagò le due pinte ad un prezzo davvero basso, mentre l’orbo annuendo alla vecchia si faceva passare una bottiglia da mezza pinta di whiskey. Sembrava che non servissero più le parole tra loro.


I due salutarono e velocemente si diressero verso la porta.

Alex afferrò la maniglia e tirò per uscire. Chiusa, la porta non ne voleva sapere di aprirsi, allora Alex spinse. Niente. Cominciò a tirare e spingere la porta che tintinnava sui cardini sempre con più foga. L’avrebbe completamente divelta se Charles non lo avesse fermato.

-Schiaccia la levetta sopra la maniglia- gli disse.

Alex seguì il consiglio e furono finalmente fuori all’aria, inondati dalla luce del sole. Senza parlare cominciarono a camminare velocemente verso la piazza del paese, mettendo più strada possibile tra loro e il locale.


Dentro il pub l’attività riprese.

La madre suicida con la figlia soffocata nel sonno sarebbero state le prossime a varcare la porta dietro il banco, seguite dall’ubriaco e dalla compagna accoltellata a morte per gelosia.

L’orbo rimase fermo al suo posto, attendendo ignavo il suo turno come aveva fatto per tutta la vita, cominciava a pensare che la sua punizione fosse proprio quella.

La vecchia prese per mano la bambina, seguita dalla madre le accompagnò verso la porta, attraversando la stanza.


D’un tratto Alex e Charles ebbero la certezza che prima o poi sarebbero tornati in quel pub. Non riuscivano a spiegarsi perché ma quella era la certezza più grande che avessero avuto in vita loro.


Dentro l’anticamera la vecchia gobba sorrise tra sé e sé.


giovedì 22 ottobre 2009

Il seme dell'odio: Capitolo II -I want you-



Un romanzo breve di:
Jack Lombroso & Jonathan Macini

Ogni settimana un capitolo tutto per voi,
qua su Novocaina
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- I want you! –

Sembrano passati anni da quel giorno nel deserto, ed invece sono solo tre mesi che condivido il segreto. Cazzo, sarà stato il caldo, o forse l’alcool. Sarà stato il fatto che eravamo dentro l’inferno… E non è una cazzo di metafora. I want you!. Bello sorridente George ti invita nel glorioso esercito. La solita foto stronza che usano ogni volta, per raccattare carne… Carne senza cervello. Ti dicono che lo fai per la patria, che lo fai perché la libertà si veste di rosso bianco e blu. E tu ci credi. Non ti sforzi nemmeno, dopotutto che altro avrei potuto fare dopo il college. Lavorare nella ditta edile di mio padre?. E allora in marcia, insieme ad altre uniformi uguali alla tua. Sei un soldato adesso amico, non più un individuo.
E poi di colpo ti ritrovi laggiù. Un caldo soffocante, rovine di edifici e rovine di persone. Quei negri del deserto si nascondono ovunque. Si nasconderebbero anche in culo ad un cammello se potessero. A loro basta farti fuori. Perché non capiscono che noi siamo là per portare la libertà, la democrazia.
Passano i giorni e non succede niente. Te ne stai rinchiuso nelle tende, sdraiato sulla branda accanto ad altre divise uguali alla tua. Centinaia di divise, tutte uguali alla tua. E le idee, i principi che avevi? Ti accorgi di aver lasciato tutto a casa, insieme al fottutissimo pollo fritto di tua madre. E poi le guardie alla polveriera, i checkpoint da tenere sotto controllo. Ore e ore sotto quel caldo d’inferno. E se non si fermano all’alt gli devi sparare ai beduini. Eppure c’è anche scritto che si devono fermare all’alt, c’è scritto anche in quella loro maledetta lingua. Poi mi collego ad internet e scopro che la maggior parte di loro non sa leggere. Che cazzo di gente… I negri del deserto.
Nelle tende circola alcool e anfe. Nessuno sa da dove arriva eppure ce n’è quanta ne vuoi. Ogni tanto trovi anche un po’ d’erba, ma quella è roba da comunisti fricchettoni. Io non voglio che mi si addormenti il cervello, devo rimanere sveglio. Attivo. Sono un cazzo di marine. IO.
Nelle tende circolano anche giornali pornografici. Non ricordo nemmeno più l’odore della pelle di Jenny da quanto non la vedo. Confondo la sua faccia con quella della bionda sul paginone centrale, e allora chiudo gli occhi e non so più su chi mi sto eccitando.
Jeremy mi sveglia dal tiepido sogno. Mi sveglia con un calcio alla branda. Accanto a lui c’è Bud, il texano. A lui piace stare qua. A lui piace da morire tirare il grilletto. Ha ucciso tre negri del deserto da quando è qui. Lo avrà ripetuto mille volte, vantandosi di come li aveva stecchiti. Qualcuno dice che due dei tre che Bud ha fatto fuori erano una donna che scappava con un fagotto in mano. Bud era alla mitragliatrice del checkpoint sud. La donna non si è fermata a l’alt e Bud ha sparato. Pensava che fosse una kamikaze e il fagotto una bomba. Correva per raggiungere il medico che abitava al di la del checkpoint, perché il figlio che stringeva al petto aveva la febbre alta. Questo sembra aver raccontato il marito. Neanche lui, come la moglie, sapeva leggere.
- Allora David, ti vuoi muovere? Alzati dalla branda che usciamo. Tutti e tre…  – Bud sorride mentre Jeremy continua a dondolarmi  con l’anfibio. – Usciamo? Dove? Oggi non siamo di pattuglia  – Ho gli occhi ancora appiccicati dal sonno. Mentre mi tiro su sento che la maglia dietro la schiena è completamente fradicia di sudore.
- Niente pattuglia amico. Dobbiamo unirci al convoglio che è già giù in città. Sembra che hanno trovato un covo di ribelli e vogliono entrare -.
E allora ti tocca a muovere il culo,  marine. Ti alzi, ti prepari veloce, come ti hanno insegnato, e nemmeno due minuti dopo sei in assetto da battaglia. Ritiri il fucile all’armeria e monti sulla jeep che guida Burt. Sgomma alzando un polverone ed esce dalla base. Passa rasente ad un gruppo di bambini che saltano di lato appena in tempo. Ti volti giusto un attimo per guardarli e sei già sulla strada principale.
Il blitz si rivela un buco nell’acqua. Dentro la casa non ci sono altro che due vecchi. Vengono presi in consegna dal convoglio e noi veniamo rispediti alla base. Ci hanno fatto vestire per niente, quelli stronzi.

domenica 13 settembre 2009

Susanna che danza -di Jack Lombroso -

Susanna ballava tra i tavoli del bar. Io da lontano la osservavo assorto e mormoravo Susanna... Susanna.
Non l'avevo mai vista prima eppure sapevo il suo nome; ma non ricordavo assolutamente come o dove lo avessi sentito.
Bevevo rum bianco e soda, con lime strizzato dentro; piccole gocce di profumo in un mare alcolico. Era il sesto della serata e cominciavo a sentirlo.
Susanna continua a ballare, tiene gli occhi chiusi eppure non urta niente attorno a se. Decine di uomini la guardano, dimenticandosi di mogli e fidanzate. Susanna che balla, una meravigliosa creatura.
Il barista mi guarda già sa quello che voglio. Voglio il settimo; il settimo della serata.
Susanna che balla. Si avvicina al banco e mi sfiora una mano, non apre gli occhi eppure sono certo che mi stia guardando. Poi, con una giravolta si allontana e torna a danzare tra i tavoli. Mi ha scelto, ne sono sicuro. Ha scelto me in mezzo a tutti.
Susanna che balla e non si cura di niente.
Il locale alza le luci, sta chiudendo. Ordino al volo l'ultimo della sera e lo butto giù in tre sorsi. Mi avvio stanco e barcollante all'auto, salgo e accendo la radio. Rimango assorto ad ascoltare la musica. Waits biascica qualcosa a proposito di cani randagi, mentre spengo la terza sigaretta.
Non so perché ma qualcosa mi trattiene lì. Forse è solo che non ho voglia di rientrare in un appartamento vuoto e in disordine. Nessuno mi aspetta a casa.
Lei esce dal bar, più bella che mai. La lunga gonna struscia quasi per terra e con i capelli sciolti ricorda una gitana.
Si avvicina, Susanna, mentre accendo l'ennesima sigaretta. Le labbra lucide e rosse si avvicinano al mio viso.
La luna piena illumina l'erba. Da questa collina si riesce a vedere gran parte della città, che adesso di sicuro dorme sotto le coperte.
Mi ha scelto Susanna, mi ha scelto tra tutti. Danza, adesso, solo per me. Con i piedi scalzi è ancora più bella.
Tiene gli occhi chiusi, come prima giù al bar, e non calpesta un solo fiore. Susanna danza felice. Danza solo per me.
Si trasforma tra le lenzuola. I modi dolci adesso sono diventate mosse esperte. Non è più la dolce Susanna che balla, ma una dea che esplode di colore rosso. La magia del sesso.
Non è più la docile preda che pareva poco prima, ma una spietata cacciatrice, affamata di quello che il partner gli concede.
Susanna danza di nuovo. Adesso danza sopra di me. I capelli disegnano fasci di luce mentre la luna continua a illuminare la nostra notte.
L'appartamento non sembra poi così triste, mentre Susanna continua a ballare.
Il rito sembra non avere mai fine, Susanna conduce le danze, domina la scena.
Mi sento rapire, trasportare da lei, dimostra una forza che non sembrava avere. È lei che detta le regole del gioco e io la lascio fare, sono sicuro di non avere alternativa.
Mi accorgo; ormai son certo, di essere la preda di un'instancabile compagna, che può trasformarsi assassina, alla fine della danza.
Come una mantide che divora il compagno, sono certo di averla, adesso, che balla sopra di me.
La luna cede il posto, come ogni notte, ad un sole che rivela ciò che sta intorno.
Le lenzuola sembrano tinte di porpora.
Susanna ha ancora forza per danzare mentre la lama scintilla tra le sue mani. Si è tolta la maschera adesso è tutto reale.
La mantide religiosa, pasteggia danzando.

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 FROM: Raptus Interruptus - Di Jack Lombroso
 
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sabato 12 settembre 2009

CLARISSA

La notte che uccisi Clarissa scoprii l’irresistibile fascino della morte. Ma prima di raccontarti questa storia, mia cara lettrice, desidero che tu conosca una grande verità: più ti è vicina la persona reclamata dalla nera signora, più meravigliosamente profondo è l’abisso in cui la tua anima vorrebbe abbandonarsi.
L’omicidio di Clarissa incominciò per gioco. Glielo dissi pure, mentre possedevo il suo corpo minuto e spigoloso sul tavolo della cucina. Nella luce morbida degli spot, ricordo i suoi seni appena accennati, come quelli di una tredicenne, la sua bocca vorace, i suoi occhi con quel taglio vagamente orientale, sopra un nugolo di deliziose lentiggini.
“Vienimi dentro!” mi urlò. Ed io, trascinato dall’onda irrefrenabile dell’orgasmo, le risposi “Prima o poi ti uccido, Clarissa!”
Il giorno dopo mi portò il caffè a letto, ed era più dolce del solito. A me basta una puntina di zucchero per ammazzare l’amaro, invece ne aveva messo un intero cucchiaino. Appena lo assaggiai mi venne la bizzarra idea che avesse paura e che inconsciamente avesse zuccherato il caffè, pensando così di potere addolcire anche me.
“Davvero mi vuoi uccidere?” sghignazzò lei, arruffandomi con la mano i capelli.
“Difesa personale” gli risposi. “Ti ucciderò prima che tu uccida me…” Poi risi, e quella fu la mia prima risata macabra. Col tempo sono riuscito a perfezionarla, e adesso ne vado quasi fiero. Lei rise di rimando, ma non riuscì a nascondere lo sforzo che faceva a rimanere allegra.
Il gioco continuò per una settimana, poi lei cedette. Una sera mi chiese di smetterla con gli scherzi sulla morte perché la mettevano a disagio. Io le dissi “va bene” e non ne parlammo più. Ma intanto nella mia testa l’idea aveva già assunto proporzioni ben più realistiche di un semplice gioco.
Il pensiero più affascinante fu la scelta dell’arma. Come avrei rubato la vita della piccola Clarissa, gracile come un fuscello, una bambola di pelle candida profumata di fiori di pesco? Il coltello lo trovai subito troppo scontato, l’arma da fuoco troppo volgare e il veleno assolutamente borghese. Mi ci volle un mese per prendere una decisione, ma posso dire adesso di aver fatto bene i miei calcoli. Quando chiudo gli occhi posso ancora avvertire sui palmi delle miei mani il viscido calore dei suoi liquami, rievocare il profumo dei suoi organi, rimirare il cremisi delle sue interiora, un’esperienza davvero straordinaria.
L’altro dettaglio che mi premeva era il momento, perché richiamare la morte è una specie di atto liturgico. Il movente in realtà è assolutamente irrilevante, ma il modo e il tempo, così come il luogo, sono elementi essenziali per portare a termine il rituale in modo soddisfacente. Il luogo lo conoscevo da tempo; il letto in cui ci eravamo amati per più di un anno. Mancava solo il tempo…
Fu lei a porgermi la data su un piatto d’argento.
“Amore, cosa facciamo venerdì?”
“Venerdì? Cosa succede venerdì?”
“Ma come che succede? È il tuo compleanno!”
“Ah, già… lo dimentico sempre…”
Ma quella volta non me lo dimenticai…

Cena a base di pesce, antipasto freddo servito su un letto di ghiaccio tritato, risotto all’astice e lime, spiedi di calamari e gamberoni alla brace con radicchi ed erbe aromatiche. Un pinot grigio per annaffiare ed una bottiglia di Berlucchi per festeggiare. Lei vestita di classe, col nero che le dona sempre, io in jeans e camicia, nonostante il ristorante di livello. Non ho mai sopportato i completi e le cravatte…
Usciamo sazi e lievemente ubriachi. Fumo la mia cicca prima di entrare in auto, lei manda due messaggi col cellulare, poi mi chiede se voglio che guidi lei. Le rispondo di no e le apro la portiera, come un vero gentleman. È davvero bella…
Le chiedo del mio regalo e lei mi guarda con un sorriso malizioso negli occhi. Mi dice che ce l’ha indosso e che me lo mostrerà tra poco. Al provocante invito rispondo con fare lento, lasciandomi scorrere addosso il momento. Non ho fretta di arrivare a casa. Ho tutta la notte a mia disposizione e non voglio commettere errori. Ai semafori gialli rallento e mi fermo, evitando scrupolosamente di superare i limiti di velocità. Lei intanto gioca di nuovo con il telefonino.
«A chi scrivi?» le chiedo.
«A Linda. Domani andiamo a fare shopping…»
«In centro?»
«Si…»
No, Clarissa, domani sarai alla corte della nera signora, penso io, stringendo più forte il volante in similpelle della C3.
Saliamo nel suo appartamento, che è stato anche il mio per quasi quattro mesi. Convivere è meraviglioso. Solo vivendo sotto lo stesso tetto riesci veramente a conoscere qualcuno, o comunque una parte sostanziale di questo qualcuno. Vedere Clarissa lavarsi i denti, sentirla imprecare per una macchia sul pavimento, annusare i suoi vestiti sporchi, trovare i suoi capelli dalla vasca da bagno, sono state emozioni molto più intense delle scopate che facevamo nei primi tempi, quelle di puro abbandono. Il sesso non mi è mai veramente interessato, anche se non gliel’ho mai dato a vedere.
Lei s’infila in bagno mentre io mi verso un goccio di J&B. Mi trovo in uno stato quieto, fluido. Sento che i movimenti usciranno fuori da soli, basterà lasciar fare al demone che ho coltivato negli ultimi mesi, come una bestia affamata prigioniera dentro la mia anima. Credo che alla fine ce l’abbiamo tutti. La differenza tra me e te, carissima lettrice, è che io non ho più paura di aprire la sua gabbia.
Metto su un po’ di lounge e mi distendo sul letto, vestito e con il bicchiere in mano. Per adesso faccio fare a lei. Devo conservare le energie per ripulire la stanza, quando tutto sarà finito. Lei esce dal bagno con indosso un completino blu che riesce appena a mostrare le sue forme, tanto è minuta. Si avvicina, mi leva il bicchiere di mano e incomincia a baciarmi. Le sue mani armeggiano abilmente i bottoni della camicia, ma quando si spingono più giù le blocco. Continuiamo per un po’ così, poi le sussurro: “ti vá di fare un giochino?” Mi guarda sorpresa, è una cosa nuova per noi, ma oggi è il mio compleanno e pare si senta quasi in obbligo di dirmi di si. Scendo dal letto e frugo nell’armadio sotto i miei vestiti. So bene cosa cerco; due paia di manette. Ce le ho messe la sera prima, insieme a qualcos’altro...
Torno da lei e le leggo un velo di paura negli occhi, ma io la tranquillizzo con un bacio e la promessa di un piacere nuovo. Con movimenti dolci e lenti l’aiuto a posizionarsi nel mezzo al letto, le passo attorno ai polsi il freddo metallo dei ceppi, e infine la fermo alla testiera di ferro battuto. Inizio a baciarla, scendo giù con esperienza, sosto per un po’ attorno all’ombelico, poi le sfilo delicatamente le mutandine. Dopo averla provocata abbastanza, le affondo la bocca nella vagina, iniziando a muovere dolcemente la lingua. La sento gemere, dimenarsi, salire fino alle alte vette dell’orgasmo. Il suo urlo di piacere precede di un attimo le contrazioni muscolari del corpo e delle sue gambe, strette attorno alla mia testa. Adesso tocca a me, penso.
«Lo voglio in bocca…» mi dice.
«No aspetta, ho un’altra idea…» le rispondo. Poi vado a prendere la corda, il nastro adesivo e le cesoie...

La notte che uccisi Clarissa scoprii l’irresistibile fascino della morte. Fu lei la prima, e come in amore, la prima non si scorda mai. Adesso hai capito, mia piccola lettrice, perché nel mio guardaroba conservo ancora la sua pelle, liscia, candida, profumata di fiori di pesco.
Su tesoro, smettila di tremare. È arrivata l’ora del rituale…

Jonathan Macini 2009

Un pessimista è un ottimista ben informato