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mercoledì 17 marzo 2010

LETTURE NELLA CITTÀ VECCHIA

Ecco i nuovi interventi apparsi recentemente sul sito della community Rivoluzione Creativa e sulle pagine degli altri progetti di Willoworld.



UNA SERATA BENE INIZIATA

Fredda e piovosa sera invernale; il bar di via Pistoiese è praticamente deserto, il ticchettio della pioggia sull’asfalto si confonde con la musica della radio all’interno del locale.
Mario è seduto ad un tavolino, uno di quelli di plastica bianca da quattro soldi ricoperto da una tovaglia a fiori mezza bruciacchiata dalle cicche di sigaretta... continua...

COME UN FILO DI MIELE STRETTO IN PUGNO

Mi preparai con la massima cura. Cercavo spasmodicamente un vestito bianco, da indossare in quell’occasione. Lo trovai nell’armadio di mia madre. Strappati via i nastri che appesantivano la sagoma, tagliai via l’ultimo lembo che copriva le ginocchia, poi piegai con garbo le maniche sin quasi ai gomiti. Di fronte allo specchio infilai me stessa in un immagine diversa che nei suoi riflessi raccontava di un desiderio alimentato e nutrito come un avido figlio, un figlio che ai primi morsi della fame urla nello stomaco il suo bisogno d’abbandono... continua...

UNA DONNA ESTROVERSA

La donna allo specchio si osservava i piccoli difetti del viso. Avrebbe dovuto uscire di casa tra non molto, ma siccome si doveva incontrare con alcune persone tra cui un uomo che lei reputava bello, tutto questo la metteva in forte disagio. I loro rapporti erano soltanto di lavoro, non sussistevano dubbi su questo, però ciò non significava affatto che lei dovesse sfigurare al suo fianco, recandosi a quella colazione tra colleghi d’ufficio... continua...

STILETTO

Seduta sul lettino, nel giardino di casa, guardava i propri piedi nudi accarezzare l’erba soffice, morbida ed umida. Le sensazioni che ne riceveva erano seducenti, anche se avrebbe preferito sentirli stretti ed avvolti in un paio di décolleté di vernice. Come quelle che aveva indossato quella volta.
Da giorni si stava chiedendo come fosse finita in quella storia. Entrata, scivolata, catapultata... continua...

IL PIFFERAIO DELLE STEPPE

Oltre le montagne si trova il deserto, ed una strada lunga e polverosa che taglia in due il continente. A sud di questa la vegetazione diventa selvaggia, le strade intricate, i villaggi sporadici e pieni di misteri. Laggiù i giovani sognano Rock City, mentre i vecchi siedono sui porticati a cantare vecchi pezzi blues... continua...

WHITE AS THE SNOW

Biancaneve si affacciò alla finestrella della piccola casetta sperduta nel bosco, guardò l’orizzonte e si convinse che fortunatamente la sua matrigna non l’aveva ancora scovata.Chissà che colpo sarebbe stato se la povera vecchiarella avesse scoperto che i sette nani erano in realtà spogliarellisti rimorchiati un giorno di tempesta nel pub vicino al porto, e che per rendere la storia della sua vita adatta ai bambini aveva mentito tutti quegli anni... continua...

ROOSTER CRANE

Il concerto degli Abyss era terminato in un tripudio di urla di disperazione e pianti isterici. La band più “scura” di Rock City aveva lasciato il palco tra i rintocchi di campana della tenebrosa e bellissima “Funeral”, dopo un concerto di quasi tre ore. Per l’occasione il cantante e leader della band si era fatto rinchiudere in un cofano d’ebano posizionato al centro del palco. Un becchino smilzo e incappucciato scandiva il tempo del finale per solo piano conficcando dei lunghi chiodi d’acciaio nella bara. I quarantacinquemila dell’Arena Nord erano in estasi... continua...

LE 101 PAROLE DI...

LA FINESTRA DI FRONTE

DANCE

È PRIMAVERA

L'ERBA DEL VICINO È SEMPRE PIÙ VERDE

TRAUMA

FARFA E SHAULA

VIAGGIO AL CENTRO DELLA TERRA

AFFOGATI ALLA NUTELLA

ASK NOT

E INFINE LA POESIA DI

CARNI E ACCIAIO

Leggi anche: Letture Bionde sul Sofà

FONTE: I SILENTI

mercoledì 16 dicembre 2009

LETTURE PRIMA DI CORICARSI

Ecco gli ultimi interventi del circuito Willoworld e dei membri del social network Rivoluzione Creativa. Buona lettura a tutti!!!



EUPHORIA

La luce è soffusa. La grande sala è appannata di fumo. La musica rimbomba. La massa brulica, si muove come un cumulo di formiche intrappolate che stanno per impazzire, ma anche in mezzo a loro la scorgo. La sua massa di capelli arancioni si agita forsennata. Cattura subito la mia attenzione... continua...

LE REGOLE SOCIALI

L’interminabile corridoio dal pavimento di piastrelle chiare e lucide lasciava intravedere, lungo i muri a destra e a sinistra, due serie di porte grigie posizionate in maniera regolare e simmetrica tra loro, e la sala d’attesa a quegli uffici, ricavata mediante batterie di sedie collegate tra di loro e poste in quattro o cinque file uniformi nella larga sala che fronteggiava il corridoio stesso, era piena a metà di persone che attendevano pazienti il proprio turno... continua...

TOMMY

“Tommy, riesci a sentirmi?”
Non avevo mai visto la luce fino a quel momento. La luce fa male. È come un taglio sulla fronte, come se qualcuno dilatasse i lembi di una ferita strappandoti la pelle di dosso. Ma subito il dolore si acquieta, e ti ritrovi a galleggiare in un bagno incolore, perché anche se c’è chi dice che la luce è bianca, per me i colori non significano niente. Non so cosa siano. Non l’ho mai saputo... continua...

IL RE DEL PORNO (ovvero dal "complesso" al "successo")

Francamente non ricordo bene quando è stato il momento in cui ho capito di avere qualcosa di anormale; forse a otto anni, la sera in cui una mia cugina adolescente, dopo avermi costretto a fare la doccia insieme a lei con la scusa che sporchi non si può andare a letto, era rimasta per un sacco di tempo inginocchiata davanti a me con aria stupefatta... continua...

EREDITÁ SEGRETA

Tullia si lasciò cadere dallo scivolo, col sole in faccia che le rubava il sorriso. Atterrò sulla sabbia e si rialzò in piedi di scatto, perché la sua amica Chiara stava venendo giù. Ebbe una breve sensazione di vertigine e avvertì qualcosa di caldo e bagnato. Il primo pensiero, il più imbarazzante, fu che si era fatta la pipì addosso. Ma c’era qualcosa di strano… continua...

LA CANZONE DEL CERVO

La notte è un grande mistero, almeno per i bambini.
La notte fa paura, perché sei costretto a chiudere gli occhi e a tuffarti nelle tenebre liquide, dentro un oblio che non riesci a capire. Sotto le coperte guardi il soffitto, nella penombra della tua camera da letto, rischiarata appena dalla lampadina a 40 volt dell’ingresso, quella che la mamma ti lascia sempre accesa. Eppure al mattino è spenta, il che significa che il tuffo nel buio accade inevitabilmente ogni notte, complici i tuoi genitori… continua...

NEVE AL SOLE

La porta si chiudeva, lasciando sempre tra quelle quattro mura tutta l’amarezza, le paranoie, l’inquietudine, che ancora, dopo tre anni, non lo mollavano. Tirava su col naso, usciva di casa e non potevi fare altro che camminargli affianco. Lui aveva il suo passo, il suo ritmo, accompagnato solo dalla sua musica... continua...

IL VERME ZANNATO

Ho solo trentatre minuti per raccontarvi tutto, e dico proprio tutto, perché se mi dimentico di qualcosa potreste fare la mia stessa fine, perciò devo essere preciso. No, niente introduzioni, solo fatti. Fatti... continua...

LA MEMORIA DEL SASSO

Mi accade così, all’improvviso, di scoprire che la mia casa è un museo di stili scadenti, eppure è ancora familiare, ma opprimente come un abbraccio decrepito.
Poi il buio tracima nelle stanze e avverto la presenza della mia donna... continua...

SCENE DA UN MOBBING

Riflessioni, frustrazioni si affollano in questo momento fermo.
Stasi senza vita, senza rabbia davanti a uno schermo che è come la vetrina dei giocattoli.
Si muovono attorno a me uomini dentro uno spazio ristretto, quel tipo di uomini che in guerra comanderebbero le truppe... continua...

L'EROE

L’eroe sa che non farà ritorno, ma ha bisogno di legare ad un filo la speranza... continua...

UNA CAREZZA ANCORA, PASSERÁ

Un'autostrada corre libera e veloce; i treni sfrecciano nervosi sui binari; un uomo sotto un ombrello, ventiquattrore in mano... continua...

LEGGI ANCHE: Letture in Jeans

Foto di: http://www.flickr.com/photos/stopdown/

giovedì 19 novembre 2009

- La memoria del sasso - di Dario de Giacomo


















Mi accade così, all’improvviso, di scoprire che la mia casa è un museo di stili scadenti, eppure è ancora familiare, ma opprimente come un abbraccio decrepito.
Poi il buio tracima nelle stanze e avverto la presenza della mia donna.
- Non ho fatto niente io.
Quelle parole di Milena naufragano ad intermittenza sulla mia esasperazione.
Pugno batte carta, la morra del nostro amore.
Lei mi tiene sigillato qui dentro casa, con il silenzio e la pelle.
Ma io vivo superfluo rasente i giorni, perché è una vita che mi assento spesso da me stesso.
Ci sono talmente tanti cassetti chiusi nella mia mente, così zeppi di  rabbia e odio repressi che potrei far esplodere questa palude tra me e lei.
Io cerco di trovare qualcosa che mi tenga tranquillo.
Ma la notte arriva sempre, cala giù fino in fondo allo stomaco e lo riempie di immagini sconnesse e affilate.
Rabbrividisco quando il buio mi sorprende, spiandomi dallo spazio vuoto tra i  mobili. Provo a scappare a piedi nudi sul pavimento gelato, ma annego in quello spazio vuoto, senza luce, dove non c’e’ colpa solo punizione, nessun dolore solo orrore.  La pelle nuda di Milena è una sforbiciata netta nello stomaco, uno scandaglio gettato in fondo agli incubi, che avvolge di oscurità le mie immagini. Forse stanotte non riuscirò a diradarle.
La memoria è un sasso tondo e molti sassi formano un mucchio compatto.
Qualcuno me li ha fatti ingoiare tutti in questi anni, però è strano che questa notte li senta più pesanti.
Milena sta rannicchiata contro la parete, con la testa chinata in avanti diventa piccola piccola.
Le braccia magre sono strette intorno al  corpo, i capelli le nascondono lo sguardo.
La sua innocenza ha uno spessore, ragiona di neri desideri e si struscia pesante, lasciando le sue tracce addosso a me.
La sua ingenuità diventa minuscola, vittima di quella stanza enorme che la contiene.
- Io non ho fatto niente – ripete.
Ma il colpevole non è l’assassino, è la vittima.
Milena ha imparato a resistere senza muoversi. La lapido con i miei sassi e lei si copre il volto con le mani, perché ha paura che possa scoprire qualcosa dentro il suo sguardo.
Anni oscuri, molti anni di dolorose memorie si sfaldano in quel gesto, sgretolandosi un secondo dopo l´altro. Il nostro passato marcisce nero, come un dente marcio che ci ha storditi per mesi ed ora ci solletica, di tanto in tanto, con una fitta estranea.
C´è un lungo istante in cui le parole divampano come la brace, ma salgono verso l´alto in spirali di fumo e scompaiono, portandosi dietro il loro significato.
Sono stata iniziata al sesso con la violenza.
Dentro ogni gesto che fai – le dico – sento che usi la tua vita per disarmare la mia.
Ma era ineluttabile che la sopraffacessero, necessario.
Lei usa il suo sesso con gli uomini come si usa un bisturi, affondandolo dove sono più sensibili, incidendo i loro nervi scoperti e provocando dolore. Sì, molto dolore. Il perverso gioco di Milena, la sopraffazione, una slot machine per guadagnare la loro fiducia: ottengono quello che vogliono, quando lo vogliono. Si avvolge rampicante dentro il loro orgoglio, fino allo spasimo dell’umiliazione. Allora affonda il bisturi ben affilato. Dolore. Poi li umilia con le loro stesse parole, tra le sue mani quelle parole diventano cera liquida che si scioglie sui corpi. Bastarda, la eccita umiliarli. Ma non umiliarli davanti agli altri, no, deve umiliarli davanti a loro stessi. Ride quando si torturano le loro virilità inermi per lei.
Ora i sassi mi pesano nello stomaco, mi fanno male.
La notte sa bene come cucire insieme le immagini dentro la mia testa.
Una depressione fredda nelle viscere, lei che sculetta su tacchi altissimi e tutti la guardano.
Milena guarda gli uomini negli occhi, non li spia, li guarda affamata.
Sto gelando. Sussurra frasi ambigue gli altri, a me invece sorride, con quel sorriso che mi inchioda ad una colpa. Una colpa mia, mia, mia!
Prima Milena ha telefonato a qualcuno, la sentivo ridere forte, sguaiata.
Fa caldo ora. Ascolto la sua voce e sto meglio, ma poi odierò il suo tono mellifluo. Lo so. Sempre uguale.
Carta batte pugno, la nostra morra d’amore.
La colpa di Milena è vivere. Vivere ingenuamente in un corpo insinuante.
Un’anima sottile dentro una carne enorme e nera.
Il suo movente, forse, l’ingenuità.
Ho voglia di farla finita, con questa notte e con tutte le altre.
Le mie mani stringono la sua gola, è calda, pulsa ancora sensualmente.
Si contorce come se danzasse e ancora non riesco ad uccidere la sua ingenuità.
Gli occhi neri sbiancano appena, liquidi di una voglia nuova.
Non ho fatto niente, io – lo dice di nuovo.
Lo so.
Ora lo so davvero.
Buonanotte amore mio.

Dario de Giacomo

martedì 10 novembre 2009

Il mostro nello stomaco


Ubriaco di sonno. Le palle gonfie di voglia. Accelera, stringendo le cosce. Si gonfia contro la cucitura dei jeans. Lui accompagna la sua donna al portone, con la fretta dell’eccitazione. Lei lo trattiene. Lui lo sa. Sente che la sua donna vibra a labbra umide.
Lo attira contro il suo corpo e lui ha sempre più fretta. Copre la distanza tra il suo corpo e quello della donna con le frasi consuete dell’amore stanco. Finge di essere ancora là, con lei, ma gli occhi lucidi tradiscono il desiderio. La donna li avverte su di lei, quegli occhi però sono altrove, guardando immagini diverse. La sua tenerezza dolciastra, con lei, prova il fastidio del corpo di donna che lo trattiene, mentre vorrebbe andare. Nell’auto c’è ancora l’odore dolce di lei sul sedile vuoto. La ama teneramente e si accarezza i coglioni duri, da solo. Il vuoto nero nello stomaco è angoscia e distanza. Un mostro nello stomaco gli prosciuga la carne di tutti gli umori.
Si spalanca nello spazio freddo della sua camera da letto. Anche stanotte, come ogni notte si abbandona al mostro. Compie i gesti rituali della sua voglia artificiale che inzuppa i riquadri geometrici del tappeto turco. Il desiderio svuotato assume il contorno di una macchia nera e umida. Trattiene il respiro, respirando nel mostro. Il tempo è un’illusione che inganna gli amanti, solcando di rughe il muscolo cardiaco. Si siede a gambe larghe, liberando le mani. Lo spazio è un’inganno che illude i sensi, attirandolo nella rete, davanti allo schermo illuminato: il desiderio solo una manciata di pixel che formano figure di carne e byte. E’ l’anacoreta che rinuncia al mondo, tentato dal mostro che si annida nelle pieghe sporche del suo stomaco. L’immagine respira sullo schermo. Poi un’altra immagine e un’altra. L’anacoreta, da solo, prega a mani giunte sul cazzo. Si estenua per ore, senza cedere alla piena. Gli umori fluiscono, rifluiscono sotto la superficie squadrata della scrivania di legno. Rimanda la soddisfazione, rimanda da sempre, ancora una volta stanotte. Puzza di uomo, sguazzando dentro il sapore che sale dalle mani lisce. Digrigna i denti temendo che si spezzino, quel rumore nessuno lo sente là fuori. Nessuno vede le immagini che vedono i suoi occhi. La sua donna vive dolciastra nel mondo e lui gronda miele. Ma il mostro nel suo stomaco nessuno deve vederlo, vive nel riquadro smaltato dello schermo. Ogni notte più forte, reso più impudente e osceno dalla frequentazione. Si fa abitudine tra le sue mani che stringono forte le immagini. Lui vomita parole sconosciute, con rabbia, scrivendo veloce e dislessico. Ogni notte la sua donna si allontana, e lui fa la puttana in chat, temendo che lei lo sogni ancora. Albeggia appena quando sborra lividamente. Freddo e umido e rancore di mostro. Barcolla, spegnendo le luci dello schermo. Si rilassa nel letto, innamorato della sua donna, dolcissimo nel sonno. Si avvicina di nuovo il giorno, lui spargerà miele dentro le sue braccia. Sente il puzzo del mostro e ne prova ribrezzo, desiderando un bacio leggero a labbra strette. Tornerà la notte? Un po’ più distante di ieri? Tornerà e sarà piu buia!



di Dario de Giacomo
 

martedì 3 novembre 2009

Lo sciacallo








I

Nuvole basse, sporche, cariche, a volo radente, premono sullo sterno come sonno agitato. Non so svegliarmi, annaspando dentro di me in cerca d’aria. La luce nuvolosa ferisce la vista, mi stanca. Tengo gli occhi serrati e le tapparelle abbassate ma non riesco a svegliarmi. La memoria esala l’immagine del cubo grigiastro dove vivo con un uomo che non conosco e cammino su mattonelle a scacchiera: untuosa distesa di bianco e nero. Annuso la paura rancida dell’uomo nel suo sudore, a volte si avvicina a me. So che mi spia, lo sento quando mi raschia il viso con la sua guancia rasata male. Le sue mani febbricitanti cercano la mia intimità; calde e ossute, ma è uno strano calore, lo odio!, la febbre che le consuma è malattia. Da quanto cerco di sfuggirgli? di notte ascolto il suo rantolo, poi si sveglia, mi mostra le sue ferite, le esibisce. Credo che provi piacere per lo schifo che suscitano in me, le mostra apposta. Desidero il sole, l’abbraccio di un essere umano vivo, con i piedi immersi nell’acqua di mare, qui, invece, il fiato si ghiaccia e disegno stelle, pezzi di cielo, sul vetro della cucina. Grido ti amo, da sola, e sono ebbra di freddo. Mi tocco tra le cosce per sentire il calore di un essere umano che mi desideri. Forse sono solo stanca per il vino, il vino rosso che macchia la tovaglia di lino ruvido con gli stessi ricordi stinti di ogni volta: nel buio mi racconto favole. Racconti come macchie scure che colorano le mie risate scialbe di disagio: siamo sempre in troppi a questo tavolo, con l’imbarazzo di ritrovarci stranieri tra stoviglie straniere. Abbiamo imparato dai nostri padri a stare a tavola, se non al mondo, e i nostri figli impareranno da noi. Troppi morti e troppo sangue attorno a questo tavolo. Sto impazzendo. Parlo da sola.


II

Lo sciacallo è venuto a trovarmi stanotte. Io lo chiamo così quell’uomo. Rovista la mia carogna fino all’osso, c’è poco ma quel poco che ho lui vuole dissossarlo. Si sono già presi tutto anche il mio lucido egoismo. Mi scavano dentro senza trovare nulla, allora si incazzano, mi montano con rabbia per lacerarmi, per punirmi di ogni secondo sciatto che hanno vissuto. Ho lasciato solo le mie tracce di sangue per la strada, loro mi hanno lasciato dei segni profondi sulla pelle, io glieli lascio leccare perché a loro piace. Non mi piace piacergli, non mi piace più nulla in realtà, sono solo un fantoccio di paglia che chiunque puo’ bruciare: non ho niente, nemmeno più il dolore di non sentire dolore. Per assopire la noia monto mobili dell’ikea, sono belli come la mia vita, e poi li sfondo con ogni mio movimento ubriaco: belli ma fragili. Com’è stretta questa camera! Non c’è colore. Sono sempre decisa ad andare via da qui. Però rimango. Di notte decido, quando la paura mi artiglia la gola, il terrore di quel silenzio cattivo mi strappa le corde vocali, ma al mattino rimango, non per stanchezza, solo perché l’alba albeggia livida come sotto tutti i cieli del mondo. Qui o altrove, è lo stesso. Ora sento il puzzo dello sciacallo dietro di me , sono costretta a rimanere chiusa qui dentro, prigioniera della sua paura. E’ l’unica cosa che riesca ancora a farmi bagnare tra le cosce la sua paura. Quando scivola, silenziosamente in agguato, dietro di me e mi preme con la sua virilità impotente. Mi ama e mi scopa. Si afferra saldamente ai miei fianchi e mi ama, dice lui, mi ama col suo cazzo in culo e un dito scarno in bocca. E’ così che amano gli uomini, alle spalle. Se lo guardassi, lo brucerei dentro. Talmente marcio dentro, lui, che si disgrega ad ogni mio rantolo, ma mi ama, sì mi ama davvero lo stronzo: il pianto diventa la mia sfida, lo trattengo dentro la gola insieme allo sperma, finalmente talmente umiliata da diventare grandiosa. ‘Sei una troia’ – mi urla – e rido oscenamente e mostro il mio sesso. Lui ha scoperto tra le mie gambe i segni rossi che il bracciolo di lucida pelle nera del mio divano ha disegnato durante le ore immobili dei miei piaceri solitari. Mi spia, livido, geloso, invidioso dei miei pensieri quando mi scopo da sola. ‘A chi stavi pensando?, troia!’, urla con l’ultimo fiato di birra in gola. Io non voglio. Non voglio che muoia ora! Voglio che continui a fottermi dentro, che mi faccia male. Non sento dolore, e mi bagno della sua rabbia, mi bagno quando i suoi pensieri deragliano e muiono. Voglio uccidergli tutti i pensieri. ‘Scassami il culo stronzo’,- lo incito- si fallo pure, io ti ammazzerò tutti i pensieri.


III

Vivo in questo enorme cubo grigiastro che puzza di chiuso, lui arriva, parte, io resto al centro dei miei pensieri, con l’urgenza nel cuore e la fretta che si spegne ad ogni passo. Ho accumulato milioni di scatole di scarpe, diverse, grandi, piccole, sfondate. Indosso uno stivale d’argento oppure giro scalza per sentirmi nuda. Forse sarei capace di correre se indossassi entrambe le scarpe. Quando non hai dove correre e indossi solo una scarpa, cammini zoppa, ed io vivo da sempre zoppa. Lo sciacallo lo sa! Apre tutte le porte della casa, all’improvviso, mi ritrovo da sola con tutte le porte spalancate sugli ambienti scuri, a volte illuminati da una luce giallastra che mi sgomenta. Odio il rumore secco delle porte che sbattono, agitate da mani invisibili, ho sempre paura di trovare qualcuno appiattito là dietro. Nella luce giallastra c’è una vecchia curva sullo scopettone, raschia i pavimenti, le guardo le unghie sporche orlate di nero, ingiallite dal fumo. Una strana presenza cattiva. Lo sciacallo sa tutto, scassina abilmente i miei pensieri e continua ad aprire le porte, all’improvviso. 


IV 

Io sono Silvia, la figlia bastarda di una sveltina in tangenziale. Mia madre era una donnetta minuta, schiacciata nell’ombra di un uomo enorme. A mia madre piaceva il cazzo, credo che in tutta la vita sia stato il suo unico interesse. A mio padre forse piaceva mia madre. Comunque, durante un temporale, lui se la scopò sulla piazzola di sosta di una tangenziale, senza nemmeno slacciarsi i jeans. Una piazzola sospesa altissima sopra il vuoto di un viadotto perennemente battuto dal vento. Forse è per questo che odio le altezze. Divento vertiginosa, poi vomito e cado se mi sporgo e guardo giù. La provo anche quando sculetto su tacchi altissimi questa sensazione, cerco perennemente un equilibrio instabile, però ho bisogno di staccarmi dalla terra, di stare un po’ più su. Se solo potessi starmene in disparte, sarei felice. Felice di stare solo accanto alle cose, di non provare i brividi quando urto un corpo. Camminare accanto alle cose, è la giusta distanza per guardare e non cadere. Invece quando mi sollevo troppo è guardo in giù, una potente forza di gravità sensuale mi attira a terra, sotto terra. Sotto la terra dura, che nessun pianto puo’ dissodare trovo una madre maligna e inetta, schiacciata sotto un libro enorme. Lei non sa leggere nel mio cuore, lei non sa leggere affatto. E’ solo una piccola donna malefica che continua a prendersi il mondo tutto dentro di lei: è l’unica maniera che ha per capire, rendersi capiente. Lei mi ha insegnato a muovermi al ritmo dello sciacallo, lei mi ha portato da lui, lei che mi ha covato dentro di sé senza amore. Da piccola mi ha chiuso con lo sciacallo dentro una stanza buia e il suo corpo era enorme, grande, il suo cazzo grosso mi faceva male, e lei mi guardava mentre gridavo, mi sorrideva fumando una sigaretta dietro l’altra. Ora però lo sciacallo è diventato magro ed ossuto. Potrei imparare a dimenticare, ma solo accanto alle cose posso dimenticarle. Solo accanto. Sono sola, lui se n’è andato, come sempre, andato via un’altra volta per tutti gli sciacalli della sua specie. Ha rantolato ed è andato via senza farmi a pezzi. Forse ci proverà di nuovo. Scopro il suo regalo sotto il ripiano della cucina dove l’ho sentito dentro di me. Una pistola lucida, tremenda, argentata. Una canna lunga da accarezzare come un giocattolo. ‘Quando sei sola usala per difenderti’ – mi ha detto aggiustandosi la cinta sui pantaloni troppo larghi. Ho imparato presto a difendermi da sola, troppo piccola in un mondo troppo grande. Come si impara presto a non sputare il seme, perché a loro non piace, così si impara anche a difendersi con un finto sorriso sulle labbra, un sorriso stupido, oppure con un calcio in bocca per sentire il suo sangue. Già com’è vero e saggio tutto questo. Ma io non so da chi difendermi. Non lo so più. Potrei provare a sparami dritto giù in gola, forse sospesa dal viadotto, la lunga canna metallica tutta in bocca: il mio ultimo, lunghissimo, estenuante pompino al sapore di sangue. Sarebbe meraviglioso sentire in bocca finalmente qualcosa di vivo che mi ama, che ama solo me. 


 Dario de Giacomo




Un pessimista è un ottimista ben informato