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lunedì 15 febbraio 2010

'Fanculo il Messico

Fisher chiama Colombo alle tre del pomeriggio. Fa sempre così. È l’unico modo per contattarlo. Niente indirizzo, niente informazioni, solo un numero di cellulare. Il sudore appiccica la camicia sulla schiena dell’inglese. Non si è mai abituato al clima anche se sono anni ormai che lavora in Messico. Potremmo definire l’attività di Fisher come un agenzia di collocamento criminale. Conosce tutto e tutti e dà lavoro ad almeno una trentina di delinquenti vari, passando loro i lavori che gli vengono richiesti e prendendoci sopra una percentuale; chiaramente. Rapinatori, Killer, rapitori e tutta la crema della criminalità messicana è nel libro paga dell’inglese.
Si massaggia distrattamente il cavallo dei pantaloni mentre compone il numero. Un grosso bicchiere di whiskey annega tre cubetti di ghiaccio sulla scrivania, da ottocento dollari almeno.

Colombo recupera Enrique da casa. Un bel posto, villette a schiera in un complesso residenziale. Nessuno immagina il lavoro che fa il proprio vicino di casa. Quel giovanotto così gentile dai modi educati e dall’aspetto curato.
Ferma il Mercedes grigio scuro e suona tre colpi di clacson. Braccio fuori dal finestrino. La camicia hawaiana semiaperta lascia intravedere il tradizionale giapponese sul petto, dai colori sgargianti. Colombo sbuffa e accende una cicca d’erba.
Erba messicana.
Enrique esce cinque minuti dopo. Completo scuro di lino su scarpe lucide leggermente a punta. Camicia verde smeraldo stirata con cura. Profuma di dopobarba. Monta in macchina e infila il cd. Johnny Cash canta di omicidio e cocaina.
La cenere cade sui bermuda di Colombo.

Parcheggiano davanti al residence. Salgono le scale e suonano una sola volta. Marlene viene ad aprire la porta. Sorriso bianco, vestaglia di seta azzurra con ricami floreali color pastello che mette in risalto i grossi seni dai capezzoli turgidi. Ha i capelli leggermente spettinati. Fisher deve averci giocato da poco.
Saluta e li fa accomodare sul divano in pelle bordeaux. Uno schermo a quaranta pollici rimane spento sulla parete.
Marlene versa da bere. Whiskey, molto ghiaccio. Liscio per Enrique. Sparisce, dietro una porta che chiude piano.

Il legno delle scale a chiocciola scricchiola appena sotto i piedi nudi di Fisher. Anche lui in vestaglia. Oro arrogante e arabeschi neri. Beve con loro e vomita parole banali. I due si chiedono quando parlerà del lavoro.
L’inglese sembra capire i loro sguardi e attacca.
-Beh, ragazzi. Le cose stanno così: Tre tipi, spacciatori di poco conto, si sono messi sul mercato espandendo il giro molto velocemente. I tre stronzi hanno sconfinato nella zona di Don Carlos, senza saperlo. Ma questo non interessa al Don.
Stranamente, invece di farli fuori, gli ha affidato un compito. Come risarcimento diciamo. I tre devono fare uno scambio per lui, dollari americani per diamanti grezzi. Tutto questo per non ritrovarsi una pallottola dentro la loro testolina. Un lavoretto semplice semplice.-
-Perché mai Don Carlos si fida dei tre stronzi? È cosa c’entriamo noi?- Colombo si accende una seconda cicca d’erba mentre interroga l’inglese con lo sguardo.
-Beh, perché si fida non lo so. Sono cazzi suoi. Probabilmente perché nessuno che ha un minimo di cervello cercherebbe di fottere Don Carlos. Metà del Messico è sotto il controllo dei suoi uomini e nell’altra metà chiunque gli deve un favore… E dove scappi? Comunque… Quando i tre hanno saputo che lo scambio dovevano farlo con gli uomini di Mauricio Brama se la sono fatta sotto. Hanno quindi deciso di venire a chiedere aiuto a zio Fisher, affinché gli trovassi dei validi sostituti. Ed ecco cosa c’entrate voi. Andate all'incontro, recuperate i diamanti e li portate ai tre messicani. Tornate da me e intascate la ricompensa. Tutto qua.-
Fisher finisce i dettagli, Enrique il terzo whiskey, Colombo la seconda cicca. Si alzano lenti, affaticati dal caldo e raggiungono l’uscita. Ultima occhiata alla stanza: dalla porta a vetri che da sul giardino con piscina, entrano cinquanta chili di curve abbronzate dal sole. Bikini rosa che lascia poco all’immaginazione. Dal triangolo di destra, leggermente spostato, spunta fuori l’aureola scura del seno.
Susy. La seconda amica di Fisher. Uomo fortunato.

Le pale del ventilatore girano lente muovendo l’aria calda.
Tequila e pezzi di lime sul tavolo scheggiato dall’uso.
Ricardo sembra un fagotto flaccido e vuoto così accasciato ad un angolo della stanza. La pancia aperta ha smesso già da tempo di sanguinare. L’impugnatura in madreperla della 44 ancora stretta in mano. Quarantatre gradi. Sembra di stare dentro un forno.
Colombo versa un altro shot. La tequila gli brucia la gola. Morde un pezzo di lime e sorride sputandone la buccia.
Trenta centimetri; lama rossa di sangue, dormono accanto alla bottiglia. Trenta centimetri che sono entrati tutti nella pancia di Ricardo.
La porta si apre lentamente. Enrique entra nella stanza in penombra, unico vano della capanna che funziona da bar, non lontana dalla città. Lo sguardo va veloce da Ricardo a Colombo, che a stento riesce a rimanere sulla sedia. Buco di 44 in pancia. Poche speranze. Al massimo altri due shot. Enrique si avvicina al tavolo. I tacchi di cuoio duro risuonano sul pavimento di assi di legno. Con movimenti lenti versa due tequila, ne passa una a Colombo e butta giù l’altra tutta d'un fiato. Niente lime per lui.

Il ventilatore muove invano l’aria, appiccicosa come caramello. Colombo solleva gli occhi e fissa la canna della pistola che Enrique gli ha puntato in faccia. Sorriso amaro. -Sarebbe solo questione di tempo, amigo. Quel buco in pancia non mi lascia scelta. È solo per avere la certezza che nessuno ti trovi prima del tempo che ti ci vuole per tirare le cuoia, e ti costringa a parlargli di me. Lo sai anche tu come vanno certe cose, vero?-
Colombo annuisce. Ultimo shot. Boom.

Non che provi così dispiacere per Colombo, in fondo stavano insieme solo per lavoro, e poi, da queste parti, la vita vale sempre poco.
Il barista è steso come uno straccio bagnato, a cavallo del bancone. Era d’accordo anche lui o cosa? Mentre Colombo affondava la lama nella pancia di Ricardo, e si prendeva la sua brava pallottola, il bastardo ha tirato fuori da sotto il banco un fucile a pompa, di quelli con le canne segate.
Enrique già pronto, appena fuori della porta del bar.
Due pallottole per il tipo sulla porta e due per il barista.
Ma che cazzo c’entrava il barista?

Uscendo scavalca il cadavere toccandolo appena con la punta della scarpa. Distanza ravvicinata. Buchi grossi come lime.
Tre contro due. Ne è uscito uno soltanto. Chiude la porta e se ne va.

Enrique guida veloce già da un'ora buona lungo la strada polverosa. Johnny Cash canta la sua ultima storia dalle casse delle stereo. Prima di mezzanotte deve essere a Guadalajara e davanti a sé ha almeno tre ore di viaggio. Lì, lo aspettano i mandanti dello scambio, tre coglioni messicani che non saprebbero distinguere i diamanti da pezzi di vetro.
Adesso Enrique conta di arrivare sul posto più presto possibile, rifilare i diamanti ai tre messicani, tenersi i soldi dello scambio che non è andato a buon fine e passare da Fisher per il compenso. Poi, sparire veloce dal Messico. La bomba ormai è innescata e lui vuole essere più lontano possibile quando scoppierà.

Il cellulare squilla tre volte prima che Enrique risponda.
-Enrique?-
-Si, dimmi- È uno dei tre messicani a parlare.
-Abbiamo un problema, dobbiamo spostare l’incontro a domani mattina… se per lei va bene- La voce tremante del tipo lo irrita. Voce insicura, piena di paura di chi non sa cosa sta facendo. Di chi sa che la faccenda è più grande di lui.
-Va bene- Risposta secca e riattacca.
Altri cinque chilometri lungo la solita strada polverosa. Il paesaggio che lo circonda ha un che di irreale. Sabbia e cactus. Rallenta la macchina e svolta a destra. Entra nel parcheggio del motel. Scende dall’auto e viene investito da un caldo infernale. Quarantacinque gradi. Sono le nove di sera… che cazzo di posto.
Spinge la porta che cigola sui cardini come lamentandosi di essere stata disturbata. Il cicalino fa il suo dovere.

L’ingresso del motel è ancora più fetido della facciata esterna. Due poltrone e un divanetto stanno in piedi per miracolo sul lato destro della stanza, illuminata a stento da un lampadario mezzo scassato. Odore di sigaro e tacos nell’aria.
Di fronte a lui c’è un piccolo banco, con dietro un ciccione a due centimetri da un ventilatore portatile.
Il ciccione biascica qualcosa che pare un saluto, passandosi, da un lato all’altro della bocca, il mozzicone di sigaro che spunta da sotto i folti baffi grigi. Canottiera chiazzata di unto.
È lui che puzza di tacos. Tacos e formaggio rancido.
Enrique legge il cartello delle tariffe. Lascia una banconota per la stanza e una ancora per la bottiglia di tequila. Il ciccione gli passa una chiave, biascica ancora qualcosa e torna a puntare lo sguardo sul minuscolo schermo accanto al ventilatore.
Dal quale escono pessime battute e risate registrate.
Sembra che il ciccione abbia detto che la bottiglia gli sarebbe stata portata in camera, quindi Enrique prende la chiave e sale le scale.

La camera rispecchia pienamente l’infima qualità del posto.
La vernice sulle pareti è ingiallita dal tempo e in alcuni punti si stacca, lasciando scoperto l'intonaco bianco. Il letto sembra aver vissuto molto più di Enrique. Il copriletto di cotone grezzo pare essere uscito direttamente dagli anni ’50 e odora di vecchio e stantio. Insomma, un bel letto di merda. Almeno è a due piazze.
Enrique si toglie giacca e camicia con l’idea di una doccia gelata.

Bussano alla porta. Un toc-toc lieve, quasi sussurrato dal legno. Apre e si ritrova davanti una ragazza dai capelli corvini. Il vestito beige, che le scende fino a sopra le ginocchia, è stretto sul petto. Il sudore ha formato due piccole chiazze a mezzaluna sotto il seno. Gli occhi verdi della ragazza si incollano sulla faccia di Enrique. Occhi strani, quasi cattivi che contrastano con la corporatura minuta e indifesa. Particolare importante… La ragazza ha una bottiglia in mano.
-La sua tequila signore- La voce è dolce come il miele. Quattro parole sussurrate come una ninna nanna.
-Grazie. Ma tu chi sei?- Enrique afferra la bottiglia e si scosta un poco dalla porta. Come a volerla fare entrare.
-Pita, la figlia del padrone del motel- Risponde. La voce sembra, se possibile, ancora più dolce. Ha un che di sensuale. Lei non accenna a fare un passo. Continua invece a guardare dritto negli occhi Enrique. Come se lo odiasse. Uno sguardo così intenso, duro e freddo che infastidisce un poco l’uomo. Eppure per qualche motivo ne è attratto. Quel corpo esile. Quella voce mielosa. Quegli occhi da killer.
-Vuoi entrare a bere qualcosa?- Lei non risponde, muove un passo dentro la stanza. Abbassa lo sguardo e si ferma. Poi entra con uno scatto improvviso. Enrique sente arrivare l’erezione, stretta nei pantaloni. Apre la bottiglia e lei allunga il braccio porgendogli due bicchierini da shot. Neanche se ne era accorto che li aveva in mano. Due bicchierini da shot. Due.
Lei si siede sul bordo del letto sempre col braccio teso. Tiene i bicchieri in modo che lui possa direttamente versarci la tequila dentro.
Tiene la testa bassa ma gli occhi, rivolti verso l’alto, non smettono mai di fissarlo. Sorride. L’espressione del volto, in quella strana posizione, assume un’aria sinistra ed eccitante allo stesso tempo. Enrique versa. Poggia la bottiglia sul piccolo comodino e prende uno dei due bicchieri. Adesso anche lui la sta guardando fissa negli occhi. Alza appena il bicchiere a mo’ di brindisi e butta giù d’un fiato. Lei fa lo stesso.

Sedendosi il vestito le si è alzato un po’, lasciando vedere le cosce brunite dal sole. Enrique le fissa. Lei se ne accorge e lo lascia fare.
Si alza di scatto, si avvicina alla bottiglia e dà un sorso. Righe di tequila le colano dai lati della bocca.
Non si pulisce.
Enrique le si avvicina e senza dire nulla bacia una di quelle righe saggiandone il sapore con la punta della lingua. Stacca la testa dal viso e passa all’altra riga.
Appena le appoggia le labbra vicino alla bocca, lei si gira di scatto per morderlo, poi scappa via veloce. Enrique si è scostato appena in tempo, prima che il morso si serrasse sulla guancia. Si tocca il viso nel punto dove la pelle è stata graffiata dai denti. Una piccola ferita comincia a sanguinare. L’erezione aumenta.

Il letto cigola ogni volta che Enrique si rigira tra le lenzuola appiccicose. La notte è rischiarata da una luna candida mentre le cicale friniscono tra gli spini dei cespugli. Il sonno è stato interrotto più volte dai pensieri che non gli abbandonano la testa.
Ancora non capisce cosa diavolo stia succedendo. Perchè questa guerra intestina tra chi ha il mercato in mano. Non avrebbe senso dar vita ad una di quelle lotte che durano fino alla fine di ogni uomo, per espandere il proprio mercato. Le perdite sarebbero sicuramente maggiori dei ricavi.

Enrique si alza dal letto che sembra un forno. Si avvicina lento alla bottiglia che ormai ha raggiunto la sua metà. Mentre beve un lungo sorso, con l'intenzione di stordirsi e riuscire a dormire, bussano alla porta.
Va ad aprire ritrovandosi davanti la figlia del padrone.
Pita non parla ed entra in stanza senza far rumore.
Quegli occhi di ghiaccio nel corpo abbronzato.
Senza dire una parola si avvicina ad Enrique e fa per baciarlo.
-Non avrai ancora intenzione di mordermi?- Dice mentre instintivamente fa un passo indietro.
La ragazza lo guarda, inclinando leggermente la testa. Poi abbassa gli spallini del vestito e lo lascia scivolare fino alle caviglie. Enrique osserva il corpo nudo della ragazza, poi le si avvicina spingendola verso il letto.
La pelle sudata di Pita gli ricorda il sapore aspro del lime, mentre si lascia accarezzare il volto dai seni pesanti. Adesso la piccola messicana danza sul ventre di Enrique che asseconda i movimenti con ritmo regolare. I due corpi sono diventati uno solo.

Enrique si addormenta, stancato dalla passione. Finalmente i pensieri sono stati allontanati dalla magia della ragazza che stesa accanto a lui, fissa il soffitto senza mai chiudere gli occhi. Quegli occhi da killer... Sorride nella stanza buia.

Un rumore metallico risveglia Enrique. Un rumore che gli è familiare, che ha già sentito più volte. Apre gli occhi, mentre la ragazza fa scorrere il carrello di una pistola. Colpo in canna... Canna vicina alla fronte di Enrique.
Merda!
Prova d'istinto a muoversi accorgendosi di avere le mani legate alla spalliera del letto.
-Che diavolo stai facendo?- Pita è ancora nuda. Sopra di lui si muove piano sfregando il bacino contro quello di Enrique. Lo fissa negli occhi, sorridendo con la testa di lato. Enrique si stupisce di quanto in fretta arriva una nuova erezione, mentre la canna della pistola gli si appoggia alla fronte sudata.
La ragazza si muove ancora. Si sistema meglio.Adesso dà colpi secchi mentre Enrique non capisce se sta morendo o scopando.

Pita si muove sempre più forte. Mentre il letto cigola, Enrique si accorge che lentamente il laccio che stringe il polso destro si sta allentando. Comincia allora a muoversi freneticamente per coprire gli strattoni della mano. Il laccio sembra cedere ad ogni colpo. Dai cazzo... Dai!
La canna della pistola batte ritmicamente sulla sua fronte. Lei chiude gli occhi e geme. Poi torna a fissarlo, la testa sempre di lato. Adesso è vicinissima a lui tanto da poter sentire il suo alito caldo sulla faccia, mentre lei lecca il cane della pistola. Enrique è frastornato. Non riesce a capire se questa pazzia è una perversione della ragazzina o davvero alla fine si ritroverà un buco in testa.
Il laccio cede abbastanza da permettergli di far scivolare fuori la mano. Ancora pochi colpi e il rito sarà finito. La piccola messicana dalla pellle color del bronzo adesso gode e non lo nasconde. Non regge agli spasmi e chiude gli occhi contraendo il viso in una smorfia di soddisfazione. Un gesto fulmineo e la pistola non è più nella sua mano. Lei riapre gli occhi, lo sguardo sconcertato di chi ha perso una partita già vinta. Urla... Un urlo secco... Uno solo. Non un urlo isterico, da ragazzina impaurita, ma di richiamo... Di avvertimento. Questo Enrique lo capisce subito e gli dà col calcio della pistola sulla bocca. Un fiotto di sangue gli investe la faccia. Adesso la ragazza zampilla sangue come una fontana. Enrique ha ripreso il gioco in mano. È lui il killer. È lui il cacciatore, gli altri solo deboli prede. Per questo continua a darle dei colpetti col bacino, attendendo impaziente il coito, mentre la pistola si macchia di rosso, appoggiata sulla bocca di lei.
Andiamo Pita, muoviti adesso... Muoviti ragazza!
-Slegami l'altra mano adesso- Lei non parla, continua a guardarlo negli occhi come se fosse lei ad avere il controllo, mentre dalla bocca esce ancora un rivolo di sangue. Sembra non voler neanche prendere in considerazione l'ordine di Enrique e comincia a muovere di nuovo il bacino lentamente passandosi la lingua sul labbro rotto. -Ti ho detto di slegarmi la mano. Subito- Preme più forte la canna contro la bocca di Pita che inaspettatamente la apre e comincia a succhiarla.
Sei completamente pazza, ragazzina!

Nonostante la situazione surreale, Enrique, non riesce a non stare al gioco della ragazza che sembra averlo stregato. Mentre continua a muoversi, sulla porta appare il ventre flaccido del padrone del locale. Come se fosse una cosa del tutto normale, trovare sua figlia nuda che succhia una pistola sopra un uomo, il ciccione entra nella stanza alzando il braccio che tiene la pistola.

Esce dalla doccia. Indossa il suo completo di lino e tira fuori da sotto il letto la valigetta con i pezzi di vetro. Pita è legata al letto come lo era lui fino a poco fa. Non si è scomposta neanche un po' mentre Enrique sparava al ciccione ed ha atteso paziente che lui arrivasse all'orgasmo. Un ultimo sguardo alla ragazza. A quegli occhi malati, folli, ed esce dalla stanza. Monta in macchina e parte.

Chissà, forse non era suo padre.



Enrique ripensa al lavoro che deve finire, in quale cazzo di situazione si è ritrovato. Qui qualcuno sta creando un grande casino e lui non ha nessuna voglia di finirci dentro.
La macchina inchioda a tre chilometri dal motel e fa inversione.

Enrique apre la porta della stanza. Pita è ancora legata al letto.
Lei lo guarda senza dire niente, i suoi occhi sembrano bruciare sempre di più di un'insana febbre.
Non si chiede perchè volessero fargli la festa, non gli interessa più ormai.
-Cosa farai Pita? Cosa farai se non ti slego e ti lascio qui da sola?-
-Non lo so- Risponde la ragazza.
-E cosa farai se ti libero?-
-Verrò con te-

Il sole sta per calare e tutto si è tinto di arancione scuro. La macchina sfreccia veloce verso il confine del Messico con la valigetta piena di soldi e diamanti, ben nascosta sotto il seggiolino del passeggero.
Enrique stringe il volante con una mano sola e butta giù un bel sorso di tequila.

Pita lo guarda appena, mentre gli occhi gli si chiudono dal sonno.

'Fanculo Fisher, 'fanculo Don Carlos e 'fanculo Mauricio Brama... '

'Fanculo anche il Messico.


lunedì 26 ottobre 2009

L'alluce



Potrei rimanere delle ore ad osservarmi l'alluce. In quel dito vi è nascosto un mistero, ne sono certo.
La botta non è quella di sempre. Non mi ricordo neanche com'era di solito, perché sono tre mesi che non mi faccio un giro coi santi, il creatore e le sue puttane, ma qualcosa mi dice che questa volta è diverso. Con la coda dell'occhio rilevo Friz in collasso pieno nell'angolo, ma non mi distraggo dall'alluce, per paura di perderlo.
La roba ce l'ha data uno nuovo, un certo Phon, proprio come l'aggeggio per asciugarsi i capelli. Friz diceva di conoscerlo, ma secondo me mentiva in stile piena astinenza, che per convincermi ad andare a braccetto insieme si sarebbe tranquillamente venduto anche l'anima. Io questo lo sapevo bene perché mi ci ero trovato più volte nei suoi panni, ma anche se ero pulito non me ne fregava un cazzo, perché tanta era la voglia di farmi un giro sull'ottovolante.
Eppure ve lo ripeto, questa storia è diversa. C'è qualcosa che non riesco a capire. Friz è sempre lì... e chi lo muove! Ha ancora l'ago nel braccio che gli penzola come lampione rotto. Cavolo, che paragone di merda!
Dicevamo dell'alluce. Ne vado fiero e non lo nascondo. Ho dei bei piedi, io. Anche se ho fatto la vita del tossico per dodici anni i piedi me li sono sempre curati. L'essenziale è avere le scarpe buone, la soletta che respira e il calzino giusto. Cavolo che alluce bello che c'ho, anche se non riesco a capire come mai non riesco a muoverlo. Forse è proprio per questo che mi sembra che la botta sia diversa.
La stanza di Friz è un letamaio, ma almeno non ci disturba nessuno. I suoi sono fuori e comunque non entrano mai qui dentro. Friz è un stronzo patentato che arriva anche a ricattare la madre con la siringa sporca per una ventina di euro. Io queste cose non le ho mai fatte. A diciotto anni mi sono infilato il primo ago e due mesi dopo ho lasciato casa. Poveri vecchi, perché mai avrei dovuto dar loro la pena di convivere insieme a un tossico. Loro non mi hanno mai fatto niente di male, anzi, sono stati due genitori esemplari. Chissà cosa penserete adesso, ma è vero. Mi hanno insegnato tutto quello che c'era da insegnare per vivere una vita degna, per trovarmi una ragazza, un lavoro, una casa e così via, e forse avrei potuto farle tutte queste cose, se una sera di dicembre non fossi andato insieme a Elvis a farmi un bagno nella vasca di Bacco, riempita fino all'orlo degli umori sessuali di Afrodite. Elvis mi sussurrava Tread Me Nice con le sue labbra sensuali. Gli chiesi un pompino e lui si avventò sull'uccello e per poco non mi succhiò anche l'anima.
L'alluce rimane immobile. C'è qualcosa che non va, adesso ne sono tremendamente sicuro. Vorrei chiamare Friz, anche se probabilmente sarebbe inutile perché da quanto riesco a vedere mi sembra più andato di me. Comunque le mie corde vocali sono morte. Amplificatore spento, ragazzi...
Forse dovrei metterci dello smalto, mi vien da pensare. Forse sono finocchio. Smalto alle unghie dei piedi e pompini di Elvis. I segnali ci sono tutti. Non che me ne freghi poi molto. Nella mia vita avrò scopato per piacere non più di una decina di volte, più qualche centinaio di sveltine per portarmi a casa la pagnotta.
Cazzo, non ci avevo pensato. E se fossi... ma no, dai! Eppure fuori è già buio. Saranno le otto ormai e questo vuol dire che sono tre ore che ci siamo fatti e Friz non accenna a muoversi mentre io sono ancora rapito dal grande mistero dell'alluce. Che cazzo ci sarà mai di così interessante in un dito di un piede?
Ma no dai, non può essere...
...siamo morti!
Cazzo che figata!


GM Willo 2009

sabato 24 ottobre 2009

L'ultimo lavoro della mia vita





Ormai Andrè è morto da tempo, sdraiato sul letto con la camicia piena di sangue. Attendo l’alba qua in questo schifoso motel. Una bottiglia a farmi compagnia e due sacchi di banconote che non spenderò mai. Le luci delle auto della polizia continuano a filtrare attraverso le tende, illuminando a intermittenza questa squallida stanza.
Rassicuravo Andrè dicendogli che sarebbe andato tutto bene. Dicevo di essere al sicuro ormai, ma Jimmy deve aver parlato. Lo sapevo. Eppure lo sapevo; me lo sentivo che sarebbe andata male stavolta. Quanti coglioni sono stati fregati, pensando che fosse l’ultimo colpo della loro vita. Un bel colpo, un lavoro in grande. Quanto basta per scappare in un paesino nel buco di culo del Messico e rimanerci ,vivendo da milionario. E invece eccomi qua. Aspettavo Jimmy, ma al suo posto è arrivata la polizia. Ma facciamo un po’ di chiarezza in questa storia. Lasciate che ve la racconti dall’inizio.


Andrè venne a trovarmi nei primi di agosto. Io vivevo insieme a Donna, in una casetta sulle rive del lago nella contea di Salt lake.
Me ne stavo sulla veranda a mandar via dalla bocca quel sapore di pesce e alghe marce, che impestava l’aria, con una birra gelata, quando una moto di grossa cilindrata si ferma davanti a me. Era Andrè. Maledetto lui e il momento che accettai. Non lo vedevo da tre anni e solo Dio sa come era riuscito a trovarmi.
-Duke, vecchio bastardo- Biascicò, con quell’accento del sud che pareva avesse sempre una patata mezza masticata in bocca.
-Andrè, gran figlio di puttana- Risposi al saluto -Cosa cazzo ci fai quaggiù?-
-Sono venuto trovare un vecchio amico, perché non si può?- Non credetti mai a quella evidente scusa, e nei successivi trenta minuti ebbi la conferma di aver ragione.
Scambiati altri inutili saluti lo presentai a Donna e ci stappammo due birre. Scendemmo fino alla riva del lago, mettendo i piedi a mollo per combattere l’afa estiva. –Cristo santo se puzza questo lago- Disse Andrè prima di dare una lunga sorsata dalla bottiglia.
-Ascolta Andrè… Tu non sei il tipo di fare visita ai vecchi amici, così, per cortesia. Cosa cazzo ti porta quaggiù?-
Staccò la bocca dalla bottiglia e si passò il dorso della mano per asciugarsela. –Beh! Sai com’è!? Non ci vediamo dai tempi del Country club. Diciamo che il lavoro ci fruttò abbastanza, ma ormai saranno finiti anche a te quei verdoni. O sbaglio?-


Non sbagliava. Il colpo al Country club mi permise di vivere da signore per un bel po’, ma quei soldi erano ormai finiti da un pezzo. Per uno come me, a cui un impiego durava circa tre mesi non era facile metter via qualcosa. Ma che ci posso fare. Non sono il tipo da sopportare quei lavoretti del cazzo da impiegatuccio medio di provincia. Io voglio vivere da signore. Che non significa pieno di soldi come molti pensano, ma libero. Libero di stare una giornata con i piedi nel lago, una confezione da sei nella borsa frigo e la mia Donna accanto. Aspettando che il sole si spenga nell’acqua.


-Diciamo che qualche spicciolo mi farebbe comodo, non sono tempi facili questi- Risposi alla fine, dopo averci pensato su.
-Appunto. Vedi che siamo sempre in sintonia!? Ho per le mani una cosa grossa, di quelle che ti sistemi una volta per tutte-
-Andrè non ci ho mai creduto al colpo della vita. Lo sai sono solo cazzate e finisce che gran parte del resto della vita lo passi in galera. Non ho più trent’anni amico. Non me lo posso permettere un soggiorno prolungato nella prigione di stato-
-Ma guarda che è una cosa semplice. Un lavoretto da tre. Tre persone giuste e ci becchiamo mezzo testone per uno-
Cinquecentomila dollari. Cazzo. Risolverebbero tutti i miei casini e potrei assicurare un futuro a me e a Donna, che anche lei sfiora la cinquantina. Un futuro come piace a noi.
- Ascolta Duke. Ascolta il piano prima di dire di no. È un gioco da ragazzi-
-Tutti quelli che hanno organizzato qualcosa, pensando che fosse un gioco da ragazzi sono stati sempre fottuti. Non lo so Andrè…-
-Ascolta almeno il piano prima. Cazzo Duke, prima di rifiutare mezzo testone facile…-
-Va bene Andrè. Dimmi il piano- Errore madornale. È quasi scontato che chi ascolta il piano lo ha già accettato per metà. Maledizione, era la cifra del bottino che mi faceva girare la testa.
-Allora. Ascolta. Il 15 agosto a Las Vegas, chiuderanno due banche dello stesso gruppo. Una per essere ristrutturata e l’altra per le ferie estive, solo una terza rimarrà aperta. Ci sei?! Un furgone passerà dalla prima per ritirare i soldi. Poi proseguirà verso l’altra banca per fare il carico e portarlo alla centrale a Los Angeles. La strada che dovrà compiere il furgone della sicurezza, dovrà però deviare ber un breve tratto in una strada secondaria che passa attraverso il deserto, perché nella principale stanno ristrutturando il manto stradale. Ed ecco che noi saremo lì ad aspettarli. Per aumentare la sicurezza del viaggio, hanno anticipato il prelievo di un giorno rispetto a quello standard. Ma noi questa informazione confidenziale l’abbiamo dalla nostra.-
-Se è confidenziale come fai a saperlo?- Dissi dubbioso.
-È qui che entra in scena il nostro terzo uomo. Jimmy Carter. Assunto da sei mesi allo sportello di una delle filiali minori. Ha sentito la conversazione al telefono, mentre lo comunicavano al direttore.-
-E possiamo fidarci di questo Jimmy? Chi cazzo è, chi lo conosce?- Mi accorgevo solo ora che già pensavo ai dettagli. Nella mia mente già si evidenziavano le possibili varianti, anche se Andrè non aveva ancora accennato a come rapinare il furgone. Cazzo, era come se avessi già accettato.
-Ti ricordi di Jenna?-
-Si- Jenna era la sorella di Andrè. Era più giovane di qualche anno, ma quando noi ancora provavamo a farci qualche cheerleader del college lei aveva già assaggiato mezzo campus. Jenna. La conobbi meglio qualche anno dopo. Capite cosa intendo, vero?
-Beh! Jenna si è sposata. E prova a dire con chi?-
-Fammi indovinare… con Jimmy Carter?- Risposi sorridendo.
Andrè annuì ridendo, battendosi la mano sulla coscia per sottolineare la sua felicità.
-E come pensi di fermare un furgone blindato?-. Ormai mi stava sempre più convincendo, ma cercavo di mettere più dubbi possibili tra me e il piano. Solo ora rimpiango di non aver seguito quella linea di pensiero. Se l’avessi fatto, non mi troverei in questo casino.
-Al furgone ci pensa Jimmy. È un ex marine e ci sa fare con gli esplosivi. Ma aspetta ora ti racconto tutto.-


Fummo interrotti da Donna che ci chiamò per la cena. Dovemmo interrompere il discorso. Sarebbe stato un casino se si fosse accorta cosa stava proponendomi Andrè. Sapeva dei miei trascorsi, ma gli avevo assicurato di non farlo mai più. E ci credevo fermamente a quella promessa. Prima di oggi.
A tavola parlammo del più e del meno, come se niente fosse. In fondo eravamo amici dal tempo del college io e Andrè e non ci fu difficile discorrere senza entrare in particolari, poco piacevoli, diciamo così.
Sembrava andare tutto per il meglio, quando a fine cena mi alzai per stappare altre due birre.
-Insomma è tanto che non vi sentivate più te e Duke- Disse Donna
-Sì- Rispose Andrè -Dai tempi del Country cl…- Le parole morirono in bocca di Andrè. Ma ormai era troppo tardi.
Donna mi guardò con un aria strana e Andrè se ne andò velocemente con una scusa. Lo accompagnai alla moto.
-Scusa amico. Accidenti alla mia boccaccia-
-Va bene Andrè, non preoccuparti. Dopo ci parlerò, vedrai che capirà-
Lo salutai e tornai in casa. Con un appuntamento per l’indomani. Avevo quindi già accettato? Allora non lo sapevo ma oggi posso rispondere di sì. Purtroppo lo avevo già accettato.


Rientrai in casa.
-Senti Donna…-
-Non una parola di più, Duke. Non so cosa a spinto il tuo amico a venire qua. Spero sia solo una visita di piacere, perché lo sai bene come la penso su certe cose.- Era sulla porta di cucina. Ancora bella come quando la incontrai. Un grembiule rosso stretto in vita e i guanti per i piatti alle mani. Donna era l’unica cosa che avevo e sarei stato finito se l’avessi persa.
-Senti… Ascoltami amore. Non abbiamo più un soldo e lo sai, io per i lavoretti giù in paese non sono portato…-
-Allora era come immaginavo. Duke non scherzare nemmeno. Mi avevi promesso che il Country club era l’ultimo, che saremmo stati qua in riva al lago. Noi due e il sole, dicevi. Avresti trovato un lavoretto che bastasse per noi due, dicevi. Allora erano tutte bugie!- Aveva le lacrime agli occhi e la voce rotta. Mi sentii un verme nel vederla così, ma io a fare il meccanico o il postino della strafottuta provincia non ci sarei mai finito.
-Sarà l’ultimo. Lo giuro. Ci sono in palio un sacco di soldi, amore. Ci sistemeremo per il resto della vita e potrai smettere di fare le pulizie a casa di quella vecchiaccia della Brown. Ascoltami tesoro. È una cosa semplicissima… Nessun rischio, lo giuro-
-Lo giuro. Avevi giurato tante cose Duke. Avevi giurato che sarebbe stato l’ultimo. Hai cinquantacinque anni Duke. Dannazione se ti mettono dentro io cosa faccio. Con i tuoi precedenti ti buttano fuori quando sarai già vecchio. Ed io dovrò stare qui ad aspettarti tutti quegli anni, qui da sola. Ma non ci pensi a me… eh!?- Adesso le lacrime gli scendevano lungo le guance. Ma ormai, inconsapevolmente la mia decisione era già presa.
-Senti. Domani vado a parlare con Andrè. Ti prometto che se non è una cosa facile come dice ci rinuncio. Va bene?-
Donna non rispose. Mi guardò con l’espressione più triste che avevo visto in vita mia, poi si girò e cominciò a lavare i piatti.
La sentii piangere mentre uscivo dalla porta.


Tornai in casa solo quando vidi le luci spente. Aspettai ancora un po’ per essere sicuro che dormisse. Per non dover incontrare il suo sguardo. Mi spogliai e infilai nel letto più silenziosamente che potei per non svegliarla.
-Ripensaci Duke. Non farlo. Per favore- Sussurrò nel buio.
Non dormii quella notte, rimasi a guardare il soffitto ascoltando i singhiozzi di Donna.
Prima dell’alba si addormentò. Mi alzai dal letto ed andai all’appuntamento.
Arrivai alla tavola calda con circa quaranta minuti di anticipo. Bevvi diversi caffè prima che Andrè arrivasse con il tipo che poi si presentò come Jimmy. Andrè si accorse della faccia scura che avevo e fece sparire subito il sorriso che lo accompagnava sempre.


Era un sognatore, Andrè. Fin da ragazzi, quando scendevamo al fiume per fumare un po’ d’erba. Lui parlava e parlava con lo sguardo all’orizzonte come potesse già vedere il futuro. Io invece lo ascoltavo in silenzio. Allora lui smetteva di parlare di punto in bianco e mi guardava. –Hai perso la lingua?- Diceva sorridendo. Duke il silenzioso, mi chiamava, con quel sorriso sempre stampato in faccia. -Duke il silenzioso e Andrè il sognatore- Rispondevo io, interrompendo il silenzio. -Sempre insieme- Chiudeva il cerchio Andrè.


-Allora- Disse Jimmy -Tutti d’accordo?-
-Si. Tutti d’accordo- Risposi io.
Ci salutammo ed ognuno andò per la sua strada.
Andrè fece per chiedermi qualcosa, probabilmente su Donna, ma io feci finta di niente e ingranai la marcia.


Il piano era semplice. Verso le 13.00 del 15 agosto il furgone avrebbe prelevato dalla prima banca. Quando passava davanti alla seconda io lo avrei seguito a distanza. La deviazione era obbligatoria quindi non avrei destato sospetti anche se mi avessero visto. Jimmy e Andrè avrebbero aspettato al decimo chilometro della strada secondaria, dopo aver inscenato il finto incidente. Pistole in pugno avremmo bloccato le guardie mentre Jimmy faceva saltare il portellone posteriore del furgone. Preso il bottino saremmo scappati in tre direzioni diverse, cambiando le auto lungo la strada, per poi ritrovarci al motel in cui sono adesso.
Semplice, anche troppo.
Alla mia incertezza su come avrebbero reagito le guardie, Andrè rispose che, solo tre mesi prima, c’era stata una rapina in una banca. La guardia era intervenuta ed era stata ferita. C’era stata diversa polemica al riguardo, perché gli onorari pagati dalle banche non permettevano alle agenzie di vigilanza di mettere le guardie in coppia, certamente più avvantaggiati che posizionati singolarmente come erano. Diversi di loro si lamentavano di dover rischiare la vita per uno stipendio minimo, per fare la guardia a dei soldi, per di più assicurati. Andrè era certo della poca reattività delle guardie: scontente e prese di sprovvista.
Preparai mentalmente il mio ruolo. Pensai e ripensai se ci fosse sfuggito qualcosa. Immaginai la scena in tutte le sue possibilità.


In quasi tutte.
Era il 15 mattina.
Salutai Donna che mi guardava vestirmi dal letto.
Mi avvicinai per baciarla ma lei si scansò.
-Duke…- Disse, quando ero sulla porta.
-Comunque vada, io non ti aspetterò- Piangeva.
La guardai e me ne andai senza risponderle. Ero sicuro che la felicità di vedermi tornare sano e salvo ci avrebbe fatto superare tutto questo. E poi avrei avuto con me mezzo milione di dollari.


Arrivai a Los Angeles leggermente in anticipo e mi sedetti su una panchina, con un giornale e una birra, vicino alla seconda banca.
Alle 13 in punto il furgone si fermò davanti a me. Io mi alzai, finii lentamente la mia birra e montai nell’auto che avevo parcheggiato dall’altro lato della strada. Partimmo. Tutto sembrava andare bene. Alla deviazione il furgoncino svoltò verso la strada poco trafficata. Io lo seguivo a distanza.
Quando arrivammo sul posto, le auto di Jimmy ed Andrè bloccavano la strada. Dal cofano di una delle auto usciva un fumo bianco e denso. Ghiaccio secco, piccolo trucco. Andrè era in terra sporco di sangue finto. Jimmy si avvicinò velocemente al furgone fingendo di chiedere aiuto, mentre l’autista alla radio stava già chiamando i soccorsi. Dieci minuti da ora.
Jimmy puntò la pistola attraverso la portiera aperta. Io aggirai il furgone da dietro e feci scendere l’autista. Mentre Andrè gli dava il cambio, Jimmy, preparò l’esplosivo per far saltare il portellone posteriore. Non volevamo perdere tempo a convincere i due ad aprirci. Un bel botto sarebbe stato sicuramente più veloce.
Jimmy posizionò il detonatore sul piccolo quantitativo di c4 appiccicato al furgone. Sembrava andare tutto per il meglio. Invece.


Aspettavamo il rumore dell’esplosione mentre legavamo le mani delle guardie con le fascette di plastica.
Niente. Nessun rumore. Nessuna esplosione.
-Cosa succede- Urlò Andrè.
-Non lo so, non esplode- Rispose Jimmy, che tornò ad armeggiare col detonatore.
In lontananza si udirono le sirene dell’ambulanza.
Andrè si voltò verso una guardia –La combinazione del portellone, avanti!-
La guardi rimase in silenzio. –Dammi la combinazione o ti sparo in testa, bastardo!-
Silenzio. Fottutissimo eroe.
-Muoviti cazzo- Urlò Andrè


Io intanto maledicevo in silenzio l’ex marine, esperto di esplosivi. Quella testa di cazzo stava mandando tutto a puttane e per mantenere la calma immaginavo nella mia testa le serate con Donna, in riva al fiume. Immaginavo che faccia avrebbe fatto quando l’avrei fatta venire in Messico. Preparavo mentalmente le frasi che le avrei detto per convincerla, sicuro che l’avrei convinta.


-Muoviti cazzo, muoviti. Quanto ti ci vuole, stronzo- Urlava Andrè.
Davanti ad una nuvola di polvere si vedeva correre veloce l’ambulanza. Ma ci accorgemmo che era accompagnata da una pattuglia di polizia. Probabilmente il conducente del furgoncino della sicurezza aveva mangiato la foglia.
La volante della polizia era sempre più vicina, quando udimmo l’esplosione.
Alla fine Jimmy ce l’aveva fatta, ma ora avremmo dovuto scappare dalla polizia.
Buttammo le mazzette nei sacchi, mentre Andrè aveva già girato le auto per scappare.
Tornò al furgone con noi e ci dette mano a finire il lavoro.
Corremmo veloci verso le auto, ma i due poliziotti erano già scesi.
Il rumore degli spari mi gelò il sangue nelle vene, quando Andrè urlò. Lo vidi rallentare fino ad appoggiare un ginocchio a terra. Sparai due colpi verso i poliziotti e ne vidi uno cadere a terra.
Buttai i sacchi in macchina e mi avvicinai ad Andrè e con la mano libera lo presi per la cintura facendolo alzare. Jimmy intanto era arrivato alla sua macchina e sparava contro lo sbirro rimasto. Infilai Andrè al posto del passeggero e partii come un razzo, lasciando quello stronzo di Jimmy dietro di noi, mentre sentivo arrivare altre sirene in lontananza.


Ma io ero sempre più lontano.


Parlavo ad Andrè che si teneva il fianco e singhiozzava per la paura e per il dolore, mentre il sangue gli inzuppava la camicia.
-Avanti amico, sta calmo. Andrà tutto bene- Ed altre puttanate simili.
In realtà nulla era andato bene. Jimmy aveva trasformato un piano perfettamente riuscito in una stronzata mondiale. Aveva impiegato otto minuti, dei dieci che avevamo, per fare una cosa che avrebbe dovuto provare e riprovare nei giorni precedenti


Cambiai l’auto, trascinando Andrè da una all’altra. Era sempre più pallido e tremava come una foglia.
-Avanti amico, ci siamo quasi- Sussurravo, ma lui mi guardava triste e spaventato.
Stava morendo.


Arrivammo al motel sicuro che nessuno ci avesse visti.
Entrai nella stanza già prenotata con la chiave che ci aveva dato Jimmy alla tavola calda.


Gettai il sacco di banconote sporco di sangue sulla moquette e stesi Andrè sul letto. Tirai la tenda alla finestra e accesi la piccola luce da comodino. Aprii la camicia di Andrè e cominciai a pulire la ferita con un asciugamano che avevo bagnato. Tutto questo in meno di venti secondi. L’adrenalina scorreva a fiumi e aumentò ancora di più quando vidi la ferita di Andrè. Forse lui si accorse della mia espressione -Sono fottuto, vero?-
La pallottola lo aveva preso sul fianco destro e non c’era foro di uscita. Era ancora dentro e se gli aveva preso il fegato per il mio amico ci sarebbe stato poco da fare. -Ma no, vedrai che andrà tutto bene. È una cosa da poco-.
-Ex marine del cazzo- Disse Andrè guardandomi.
-Mi spiace amico. Morire in un cazzo di motel, che fine di merda-
-Non dire cazzate bello. È tutto ok. Appena arriva Jimmy ti portiamo da un dottore, ok?- Non so se almeno io credevo in quello che stavo dicendo, di sicuro non ci credeva Andrè.
-Jimmy è stato beccato, gli ho visto alzare le mani mentre scappavamo in auto. Ma sta tranquillo, Duke. Scappa ora, va via e forse ce la fai. Io ormai sono morto- La voce gli si affievoliva sempre di più, era sempre più pallido e freddo.
-Ma che dici? Ora ti metto in auto e andiamo, non ti lascio solo ok?-
Andrè mi guardò, consapevole della sua fine. Sorrise, come faceva giù al fiume da ragazzi. - Duke il silenzioso e Andrè il sognatore…Sempre insieme eh?- Poi chiuse gli occhi, girò la testa e morì.
Passarono attimi, minuti, forse ore. Ero rimasto come catatonico a guardare il sorriso di Andrè che ancora aveva sulla bocca.
A ripensare a quando eravamo al fiume. A Donna.
Furono le sirene a risvegliarmi.
-Arrenditi sei circondato, esci con le mani alzate- ed altre stronzate da telefilm. Jimmy era stato preso e aveva cantato immediatamente come un uccellino. Solo lui sapeva che eravamo qua e non aveva perso tempo a dirglielo.


Ormai Andrè è morto da tempo, sdraiato sul letto con la camicia piena di sangue. Attendo l’alba qua in questo schifoso motel. Una bottiglia a farmi compagnia e due sacchi di banconote che non spenderò mai. Le luci delle auto della polizia continuano a filtrare attraverso le tende, illuminando a intermittenza questa squallida stanza.
Lo so, lo so che l’ho già detto. Ma ora che ho concluso di raccontarvi la mia storia, torno a pensare che sono un uomo finito. Il mio amore, Donna, non la vedrò mai più se non attraverso delle sbarre. Ma lei non verrà mai a trovarmi, lo so, lo ha detto. Probabilmente ho ucciso un poliziotto e ho visto dentro come trattano gli ammazzasbirri. Se invece non è morto e se riesco a sopravvivere al carcere, uscirò giusto in tempo per vedermi vecchio e solo, a rimpiangere ancora di più la libertà che ho perduto. In ogni caso non avrei un buon futuro.


Ora capisco i credenti: Quando non hai più forza per combattere, o ti rivolgi a Cristo o ti ficchi una pistola in bocca.


Ma io non sono credente.


mercoledì 7 ottobre 2009

La storia di un diario




New Orleans; 1 Novembre 1925 - ore 6:30

E’ l’alba e mi sono svegliato come al solito; ormai è diventata un’abitudine.
Sono bagnato fino alle punte dei miei capelli; mi sono avvicinato allo specchio e ho visto il mio volto bianco e scarnito.
Mi sveglio così ogni mattina ormai da molte settimane; ogni volta che mi guardo allo specchio ho l’impressione di essere invecchiato.
Sono stanco e affaticato, e il mio respiro rantola; devo vedere un dottore il più presto possibile…
Ormai sono passate due settimane da quando sono scampato alla Confraternita; ogni vicolo, ogni ombra mi sembrano sempre più vicini.
Mi affaccio alla finestra e osservo con occhi pigri lo scenario che mi si presenta, e subito mi prende l’angoscia.
Mi sovviene un sermone del Maestro: “L’alito dei Grandi Antichi pervade le vostre anime”.
New Orleans si è svegliata con una fitta nebbia ed io ne sono assorbito; nulla sembra filtrare attraverso, e anche i rumori sono sordi.
Mi devo preparare; una buona colazione ad base uova e bacon e via verso il porto…
Ne ho parlato con il professore, e lui mi aspetta a casa sua a Cardigan; il viaggio è lungo ma spero che ne valga la pena.
La Mermaid Blue sarà la nave che mi porterà a destinazione. Non è di lusso ma per il mio vagabondare è più che perfetta; cabine accoglienti, bagni singoli e una piccola sala ristorante che all’occorrenza diventa anche una sala da ballo.
Presto, presto che sono in ritardo……….



Pubblicato su RACCONTI DELL'IGNOTO

lunedì 5 ottobre 2009

La numero centotre




Poche mosse e il lavoro è finito. Torna a casa guidando piano.
Entra e si toglie le scarpe. Gira lento per la stanza guardando con attenzione i libri che tiene sugli scaffali. Sfoglia le pagine di una raccolta di poesie di Garcia Lorca.
Piega l'angolo della pagina quando ne incontra una che gli piace. Sa che difficilmente riaprirà quel libro, eppure segna ogni poesia che trova bella. Sulla pianta grassa che tiene vicino alla finestra è spuntato un piccolo fiore. Viola.
Legge distrattamente la posta, mentre sorseggia la birra che ha tirato fuori dal frigo una decina di minuti prima. Non l'ama troppo fredda.
Mentre la vasca si riempie finisce la birra e ne stappa un'altra.
Un grammo chiuso tutto dentro una cartina allevierà i suoi pensieri.


Acqua calda, quasi bollente. Una soffice schiuma bianca lo avvolge.
La birra rimane appoggiata sul bordo della vasca mentre lui scivola lento in un magnifico torpore.


Accappatoio legato lente. La musica è bassa: un notturno di Chopin. La candela brucia solitaria schiarendo appena la stanza, mentre un aroma di rosa si sparge nell'aria dal bastoncino d'incenso.


Relax. Non serve altro adesso.


Fino a domani mattina nessuno scoprirà il corpo di Teresa.
Nessuno troverà la bionda chioma imbrattata di rosso, la gola aperta come un secondo sorriso.
Il corpo bianco dalle forme sensuali, steso sul letto ricoperto di seta.


Fuori la pioggia accompagna Chopin. Terza birra, Secondo grammo.


Relax. Non serve altro dopo un lavoro ben fatto.


Le suole di gomma non hanno fatto rumore. La serratura ha ceduto dopo il primo tentativo. Teresa neanche si è accorta di cosa le ha tolto la vita. La lama affilata è corsa veloce tagliando la pelle, arrivando alla carne, superandola, mentre tranciava le vene.
Subito il sangue ha zampillato veloce, caldo aroma che buca il cervello, che riscalda i pensieri.


Le strade erano deserte a quell'ora, mentre la città dorme sotto i lenzuoli caldi, al sicuro nelle tane di cemento. La luna si rifletteva sull'asfalto bagnato, intanto un cane ululava lontano.


Teresa ora dorme, dormirà per sempre. Vittima numero centotre del repertorio di un professionista. Domani qualcuno piangerà ma a lui non interessa. Domani sarà il suo giorno di riposo.


La pioggia continua a battere sul vetro. Il rumore lo rilassa, accompagna lento il chiudersi degli occhi. Scivola in un sonno dolce mentre si allunga sul divano.


Chopin continua a suonare.

lunedì 14 settembre 2009

Corri, demone, corri!

Il rumore della discoteca era assordante anche nel parcheggio. Jeco infilò a fatica la chiave nella serratura della sua scattante millesei con motore compresso, camuffata da utilitaria, e si mise al volante. Era euforico, non avrebbe voluto lasciare la festa ed ancora continuava ad agitarsi come fosse un frullato di frutta, ma una vocina in fondo alla coscienza gli ripeteva ossessivamente che l’indomani avrebbe dovuto presentarsi in banca, del tutto in forma, alle otto in punto. Fortunati gli amici disoccupati che potevano dormire fino all’ora di pranzo e spernacchiavano la madre se, povera donna, tentava di svegliarli prima di mezzogiorno. Ma lui non poteva perdere quel posto che al padre era costato tante umiliazioni, e fogli da cento, verdi, verdi !
Nessuno degli amici aveva voluto seguirlo, dopo tutto erano solo le quattro del mattino, la vera festa doveva ancora cominciare. Girò la chiavetta, accese il lettore del cd con il volume sparato al massimo e partì sgommando. Aveva la sensazione che la sua testa fosse infilata in cima ad una canna ed il corpo, sotto, si muovesse liberamente, seguendo il ritmo ossessivo della musica. Il rumore delle ruote sulla ghiaia lo fece ridere a crepapelle. Poi, sull’asfalto, mise il piede a tavoletta, accompagnando con urla scomposte il caos di decibel che usciva dalle casse. Gli sembrava di volare, sollevato un metro sopra la strada, e sentiva il volante leggero, leggero, come in un video gioco. Alla prima curva girò senza problemi, aumentando la velocità: nel buio della notte si sentiva onnipotente. Tra qualche minuto avrebbe posato la testa sul suo cuscino, nella cameretta con i pupazzi che conservava da bambino ed i poster hard che la mamma spolverava ad occhi chiusi. Ancora qualche minuto. Per un attimo si ricordò del guidatore del carro infernale della tomba di Sarteano, una divinità etrusca dell’oltretomba che aveva visto su Internet, qualche giorno prima. “Corri, corri demone dai capelli rossi, inarrestabile come un uragano” urlò. All’improvviso si trovò di fronte un muro e rise, sapeva che quel muro non c’era:  dopo la prima curve  la strada era diritta, fino a casa. Il muro era una fantasia del suo cervello, doveva solo inchiodare all’altezza del cancello dei vicini, scendere dall’auto ed entrare in casa, salutare la mamma, sempre alzata in attesa del suo ritorno, infilarsi nel letto, dormire e, il giorno dopo, come sempre, sedersi dietro quel fottuto sportello di banca.
Ma il cancello non c’era più ed il muro era reale: la macchina, dopo averlo urtato, volò in cielo, ruotando su se stessa, poi atterrò esplodendo. La musica all’improvvisò cessò e tutto divenne nero.
“Ecco guarda, questo è un braccio - disse un giovanotto vestito d’arancione, rivolto al suo compagno – sì, guarda, qui c’è il busto con la testa: meno male, si può rimettere insieme e farlo sembrare intero. Sai, per la famiglia: se gli dici che sono decapitati svengono, come avesse importanza essere morti interi o a pezzi.”
“A me non sembra che cambi molto! Sfracellarsi a cento metri da casa, roba da deficienti!” replicò il collega, stanco di frugare tra i cespugli alla ricerca dei pezzi di quel puzzle umano.
“Almeno ha fatto tutto da sé, senza ammazzare altri disgraziati!” aggiunse l’uomo in arancione.
“Che schifo! - esclamò  il collega – questa gamba è ancora calda e sanguina!”
“Che ci vuoi fare, siamo arrivati meno di dieci minuti dopo l’incidente. Metti tutto nel sacco, così ce ne andiamo e diciamo che era ancora vivo, altrimenti ci tocca aspettare l’arrivo del magistrato, e sai che palle! Ma bisogna che ci sia tutto: due braccia, due gambe, busto e testa, mi raccomando!”
“Ma non abitava qui vicino? E i parenti?”
“Sì, qui davanti, ma non si sono accorti di nulla, poveracci, dormono come angioletti. La casa ha le finestre chiuse!”
Nel sacco tutto era nero. Il cervello di Jeco, dopo quindici minuti, a sprazzi ancora funzionava. Solo che la testa non era più sopra un palo, ma tagliata di netto. Sulla retina però ancora rimaneva un’immagine viva e urlante, il volto ghignante del demone etrusco che lo trascinava, con la sua biga di vento, verso gli inferi.

Fuchs

Racconto pubblicato in contemporanea con Scrivolo

sabato 22 agosto 2009

NOVOCAINA-01

Un invito é come un dono. Rifiutarlo è l’offesa più grande…
È vero, quando si sta male scrivere diventa più facile. L’ho fatto per dieci anni… Ma poi ho scoperto un altro stato, un nuovo modo di pormi davanti alla pagina bianca. Un approccio più sobrio, meno terapeutico, non un tuffo nel vuoto ma un quieto abbandonarsi ai turbini della corrente.
Oggi scrivo per gioco, e quando l’uomo chiama, l’uomo risponde.
Datemi una pagina bianca ed io vomiterò parole, oppure semplicemente le dispenserò come coriandoli a carnevale. L’importante è mantenere vivo il fuoco, perché tra poco arriva l’inverno ed è bene non farsi cogliere impreparati.
Novocaina, appunto. La ricetta è sempre la stessa: dosi massicce di fantasia tagliata con della sana pazzia. Te la spari in vena o magari te la servo on the rocks.
Ci sentiamo, amici.

Un pessimista è un ottimista ben informato