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mercoledì 7 ottobre 2009

Il permesso di soggiorno



“Caporale, fanne entrare un altro”, il sergente si era girato verso la scrivania accanto alla porta, dove un dattilografo, sudaticcio e quasi calvo, stava lentamente compilando l’ennesima scheda di permesso di soggiorno.
Il caporale alzò la testa, smise per un attimo di scrivere e urlò “Il prossimo” verso il gruppetto di persone che stazionava, da ore, nel corridoio; riprese poi a scrivere, lo sguardo fisso sulle dita, per evitare di fare errori.
Il sergente fece per prendere una sigaretta dal pacchetto che aveva vicino alle matite, ma il pacchetto era vuoto; lo accartocciò nervosamente e lo buttò nel cestino.
“Dammi una sigaretta” si rivolse ad un subalterno che passava davanti alla sua scrivania con un fascio di carte; il soldato gli offrì di buona grazia il suo pacchetto, il sergente ne estrasse una sigaretta che si mise in bocca e accese subito; tirò un paio di boccate: la gola gli bruciava e non vedeva l’ora di scendere allo spaccio a bersi un paio di birre ghiacciate.
Il sergente svuotò il posacenere, pieno, nel cestino; uno sbuffo di cenere uscì dalla griglia metallica e si sparse sulle mattonelle rosse e lucide. Disse a denti stretti una parolaccia, poi dette ancora un tiro alla sigaretta, alla fine alzò gli occhi verso il nuovo venuto che da un po’ stava in piedi davanti a lui, porgendogli una cartella marroncina che conteneva alcune schede compilate dall’addetto all’ufficio di prima accoglienza.
Il sergente prese la cartellina, la poggiò sulla scrivania, aprendola, e fece un gesto con la mano verso l’uomo, perché si sedesse lì, davanti a lui, sulla sedia di legno, una volta gialla ma ormai quasi completamente sverniciata dal continuo passaggio di ‘ospiti’.
“Eccone un altro di lì” si disse, appena lette le prime righe della scheda. “Ma devono venire proprio tutti qui da noi?” Alzò lo sguardo verso l’uomo. “Anche i vecchi arrivano, adesso” giudicò che avesse almeno sessant’anni. Controllò la carte, sì, aveva sbagliato di poco, sessantuno anni. Diede un’occhiata alla foto-tessera che accompagnava la scheda anagrafica e poi guardò l’uomo in faccia.
“Ma vedi questo”, si disse. Pochi, radi capelli ancora in parte neri, ben sbarbato, con la pelle sotto il naso bianca, bianca: aveva portato i baffi fino a poco tempo prima e ora se li era fatti tagliare, evidentemente. La pelle del volto era flaccida, lo sguardo acuto. Il sergente tirò un’altra boccata dalla sigaretta.
L’uomo aveva indosso un bel cappotto, nuovo; le lunghe gambe accavallate mettevano in mostra pantaloni scuri dalla piega perfetta; le mani erano affusolate, le dita curate, i guanti di pelle in mano ne facevano un tipo insolito per il suo ufficio, abituato a gente di estrazione molto, molto più bassa.
“Sarà mica un finocchio, eh?” disse in gergo da caserma al caporale “Ora chiedono asilo anche i finocchi!” Il caporale rispose con un ghigno, lanciando una lunga occhiata di scherno verso l’uomo, che si era voltato a guardarlo come se aspettasse una sua reazione.
“No, non sono un finocchio, signore” disse l’uomo. Lo aveva capito nonostante il dialetto: il sergente rimase interdetto, fece cadere un po’ di cenere sulla pratica e si affrettò a soffiarla via, imbarazzato dalla risposta imprevista.
“Dunque, perché ha lasciato il suo paese e chiede asilo politico al nostro?” gli chiese, parlando lentamente, come era abituato a fare con i tanti che spesso non capivano e di cui non conosceva, né voleva conoscere, la lingua. Si accorse di aver usato, diversamente dal solito, un tono rispettoso e si sentì la gola secca; aspirò ancora dalla sigaretta.
“Lo sa”, rispose l’uomo, “la situazione nel mio paese è diventata insostenibile per noi; con la mia famiglia mi ero rifugiato prima in un paese confinante, poi abbiamo pensato di venire qui.”
“Perché?” “Perché avete già accettato molti miei connazionali, perché da voi c’è libertà, c’è tolleranza”.
“Sì, la nostra lingua la sapete parlare, vediamo se la sapete leggere”. Gli porse il giornale che aveva sulla scrivania, aperto alla pagina sportiva. L’uomo lo guardò, interdetto. “Cos’è, non sapete leggere, allora? O non vi piace lo sport?” aggiunse ridacchiando.
L’uomo lo guardò diritto negli occhi, poi aprì il giornale, lo sfogliò, si fermò alla pagina culturale e si mise a leggere, con voce sonante. Aveva un accento marcato, ma non c’erano dubbi che sapesse leggere. Non lo ascoltò nemmeno, spense la sigaretta che ormai era un mozzicone, e si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno a cui chiederne un’altra.
“Bene, bene, può bastare” il sergente bloccò la lettura con un gesto della mano. L’uomo sfogliò di nuovo il giornale sino a ritrovare la pagina sportiva, lo ripiegò e glielo restituì.
“Adesso scriva quello che ha letto. Sa scrivere, vero?” La mano bianca, molliccia ma al tempo stesso nervosa, si infilò sotto il cappotto, cercò nella tasca interna della giacca e ne tirò fuori un astuccio di pelle, una specie di porta sigari; lo aprì ed estrasse una penna stilografica di cui svitò, con attenzione, il cappuccio che serrò sulla parte alta dello stilo, poi prese il foglio che il sergente gli porgeva.
Poggiato il braccio sulla scrivania, si mise a scrivere con una grafia minuscola, puntuta, in linee incredibilmente diritte e ben spaziate. Dopo un po’ porse il foglio al sergente che lo afferrò con malagrazia mentre l’uomo ripeteva, al contrario, tutta la pantomima della penna stilografica. Il sergente scorse alcune parole: sì, la grammatica e la sintassi gli sembravano corrette, ma non capiva quasi nulla del significato di quello che c’era scritto sul foglio; d’altra parte non aveva neppure capito il senso dell’articolo che l’uomo gli aveva letto ad alta voce pochi istanti prima.
“Bene, sapete anche scrivere. Ora mi dovete indicare un indirizzo di riferimento dove potremo rintracciarvi; se entro tre mesi non doveste riuscire a trovare un lavoro, vi rimanderemo a casa”.
L’uomo compilò ancora uno dei tanti moduli che, in quelle tristi giornate, aveva dovuto scrivere, e lo rese al sergente.
“Dunque, vi chiamate Thomas, vero?” Almeno è un nome da cristiano, pensò il sergente, il nome di un santo. “E di cognome?”
“Mann, signore” rispose l’uomo “ma hanno fatto un errore nel compilare la scheda anagrafica”
“Che errore?” chiese il sergente. “Mann si scrive con due ”. “Nessun errore: Man si scrive con una sola qui da noi”. “Ma io sono tedesco, signore, ed il mio cognome si scrive con due , come può vedere dal passaporto”. Il sergente aprì il passaporto che era nella cartellina.
L’uomo aveva ragione. Corresse il dato nella scheda e porse il fascicolo al signor Mann Thomas. “Vada lì dal caporale, lui le compilerà la scheda del permesso provvisorio.”
Il caporale, con modi gentili, prese la cartella e trascrisse i dati nel modello che consegnò all’uomo con un sorriso: “Benvenuto negli Stati Uniti Mr. Mann.”



Il racconto è di pura fantasia, ma anche Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929, quando arrivò negli Stati Uniti nel ‘36 dovette subire l’imbarazzante test per mostrare che sapeva leggere e scrivere….
La foto è tratta da Wikipedia ed è del 1937





Grazie al Dr. J. Iccapot

lunedì 14 settembre 2009

Corri, demone, corri!

Il rumore della discoteca era assordante anche nel parcheggio. Jeco infilò a fatica la chiave nella serratura della sua scattante millesei con motore compresso, camuffata da utilitaria, e si mise al volante. Era euforico, non avrebbe voluto lasciare la festa ed ancora continuava ad agitarsi come fosse un frullato di frutta, ma una vocina in fondo alla coscienza gli ripeteva ossessivamente che l’indomani avrebbe dovuto presentarsi in banca, del tutto in forma, alle otto in punto. Fortunati gli amici disoccupati che potevano dormire fino all’ora di pranzo e spernacchiavano la madre se, povera donna, tentava di svegliarli prima di mezzogiorno. Ma lui non poteva perdere quel posto che al padre era costato tante umiliazioni, e fogli da cento, verdi, verdi !
Nessuno degli amici aveva voluto seguirlo, dopo tutto erano solo le quattro del mattino, la vera festa doveva ancora cominciare. Girò la chiavetta, accese il lettore del cd con il volume sparato al massimo e partì sgommando. Aveva la sensazione che la sua testa fosse infilata in cima ad una canna ed il corpo, sotto, si muovesse liberamente, seguendo il ritmo ossessivo della musica. Il rumore delle ruote sulla ghiaia lo fece ridere a crepapelle. Poi, sull’asfalto, mise il piede a tavoletta, accompagnando con urla scomposte il caos di decibel che usciva dalle casse. Gli sembrava di volare, sollevato un metro sopra la strada, e sentiva il volante leggero, leggero, come in un video gioco. Alla prima curva girò senza problemi, aumentando la velocità: nel buio della notte si sentiva onnipotente. Tra qualche minuto avrebbe posato la testa sul suo cuscino, nella cameretta con i pupazzi che conservava da bambino ed i poster hard che la mamma spolverava ad occhi chiusi. Ancora qualche minuto. Per un attimo si ricordò del guidatore del carro infernale della tomba di Sarteano, una divinità etrusca dell’oltretomba che aveva visto su Internet, qualche giorno prima. “Corri, corri demone dai capelli rossi, inarrestabile come un uragano” urlò. All’improvviso si trovò di fronte un muro e rise, sapeva che quel muro non c’era:  dopo la prima curve  la strada era diritta, fino a casa. Il muro era una fantasia del suo cervello, doveva solo inchiodare all’altezza del cancello dei vicini, scendere dall’auto ed entrare in casa, salutare la mamma, sempre alzata in attesa del suo ritorno, infilarsi nel letto, dormire e, il giorno dopo, come sempre, sedersi dietro quel fottuto sportello di banca.
Ma il cancello non c’era più ed il muro era reale: la macchina, dopo averlo urtato, volò in cielo, ruotando su se stessa, poi atterrò esplodendo. La musica all’improvvisò cessò e tutto divenne nero.
“Ecco guarda, questo è un braccio - disse un giovanotto vestito d’arancione, rivolto al suo compagno – sì, guarda, qui c’è il busto con la testa: meno male, si può rimettere insieme e farlo sembrare intero. Sai, per la famiglia: se gli dici che sono decapitati svengono, come avesse importanza essere morti interi o a pezzi.”
“A me non sembra che cambi molto! Sfracellarsi a cento metri da casa, roba da deficienti!” replicò il collega, stanco di frugare tra i cespugli alla ricerca dei pezzi di quel puzzle umano.
“Almeno ha fatto tutto da sé, senza ammazzare altri disgraziati!” aggiunse l’uomo in arancione.
“Che schifo! - esclamò  il collega – questa gamba è ancora calda e sanguina!”
“Che ci vuoi fare, siamo arrivati meno di dieci minuti dopo l’incidente. Metti tutto nel sacco, così ce ne andiamo e diciamo che era ancora vivo, altrimenti ci tocca aspettare l’arrivo del magistrato, e sai che palle! Ma bisogna che ci sia tutto: due braccia, due gambe, busto e testa, mi raccomando!”
“Ma non abitava qui vicino? E i parenti?”
“Sì, qui davanti, ma non si sono accorti di nulla, poveracci, dormono come angioletti. La casa ha le finestre chiuse!”
Nel sacco tutto era nero. Il cervello di Jeco, dopo quindici minuti, a sprazzi ancora funzionava. Solo che la testa non era più sopra un palo, ma tagliata di netto. Sulla retina però ancora rimaneva un’immagine viva e urlante, il volto ghignante del demone etrusco che lo trascinava, con la sua biga di vento, verso gli inferi.

Fuchs

Racconto pubblicato in contemporanea con Scrivolo

giovedì 3 settembre 2009

Dieta Mediterranea


Mangia sano, mangia Italiano.
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Immagine: incisione di Hans Staden (1557)
Elaborazione grafica di: Fuchs
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Un pessimista è un ottimista ben informato